La Grande Moschea di Omar, a Gaza, non c’è più: distrutta come l’80 per cento dei luoghi di culto, islamici o cristiani, monumentali o no. Distrutta deliberatamente dall’esercito di Israele, in una campagna di cancellazione dell’identità storica palestinese che è parte integrante di quella strategia del genocidio che mira a fare sparire non solo le persone vive oggi, ma ogni traccia della loro esistenza. «Un popolo senza terra per una terra senza popolo»: questa famosa frase che, nel 1843, legittimava (da parte cristiana) l’idea coloniale e razzista di un insediamento statale ebraico in Terrasanta, sta diventando vera. Perché il popolo palestinese potrebbe presto sparire, insieme alla sua storia.
Le rovine della moschea scoperchiata ci svelano quanto densa e plurale sia, quella storia. Gli archi gotici di una struttura evidentemente ecclesiale ci ricordano che nell’XI secolo i crociati trasformarono la moschea in una chiesa cristiana, con una violenza che poco aveva a che fare con il Vangelo in cui dicevano di credere. Del resto, la moschea era dedicata al profeta Yahya, cioè a Giovanni Battista, venerato anche dall’Islam. Era stata costruita su una chiesa bizantina, che a sua volta inglobava materiale sottratto ad una sinagoga e sorgeva su un antico tempio filisteo che secondo una tradizione avrebbe accolto la tomba di Sansone.
Questa è la fine. L'ultimo capitolo intriso di sangue del genocidio. Sarà finita presto. Settimane. Al massimo. Due milioni di persone si accampano tra le macerie o all'aria aperta. Decine vengono uccisi e feriti ogni giorno da proiettili, missili, droni, bombe e proiettili israeliani. Mancano acqua pulita, medicine e cibo. Hanno raggiunto un punto di collasso. Malato. Ferito. Terrorizzato. Umiliato. Abbandonato. Indigente. Morire di stenti. Senza speranza.
Il sequestro di un carico di lavorati metallici al porto
di Ravenna avvenuto all’inizio di febbraio di quest’anno svela un lato
inquietante dell’export di materiale d’armamento italiano verso Tel Aviv
sotto mentite spoglie. Ci sarebbero dei precedenti. Il Governo Meloni
non può rimanere in silenzio. L’editoriale del direttore, Duccio
Facchini
Il 4 febbraio di quest’anno l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha
eseguito il “sequestro d’urgenza” al porto di Ravenna di un grosso
carico di lavorati metallici destinati a Israele. Si tratta in
particolare di 807 pezzi per un peso complessivo di oltre 13 tonnellate.
L’accusa della Procura romagnola -come ha scritto tra i primi Lorenzo Priviato su Il Resto del Carlino– è che quel carico predisposto alla spedizione da parte dell’azienda lecchese Valforge Srl
e bollato come una “normale” partita di arnesi metallici fosse in
realtà classificabile come materiale d’armamento. E che la stessa
società, incaricata dalla Israel Military Industries (IMI Ltd), non
fosse minimamente autorizzata a farlo.
I legali della Valforge hanno fatto riesame contro quel
sequestro preventivo sostenendo, tra le altre cose, che il titolare
della società fosse del tutto inconsapevole circa “l’identità della
committente” e “la destinazione finale dei lavorati metallici una volta
giunti in Israele”. Il 17 aprile, però, il Tribunale del riesame di
Ravenna ha ritenuto infondato il ricorso, spiegandolo in un’agile
ordinanza di sei pagine la cui lettura restituisce un quadro
interessante e allo stesso tempo inquietante se si pensa ai fatti in
corso nella Striscia di Gaza, ma anche in Cisgiordania, per mano
dell’esercito di Benjamin Netanyahu.
“March to Gaza”, il mondo si mobilita con un solo obiettivo: aprire la frontiera, far entrare gli aiuti umanitari ed esigere la fine dell’assedio
Cresce di minuto in minuto il numero di utenti che si aggiunge al canale Telegram “March to Gaza – Call for international Civil Mobilization to Open a Humanitarian Corridor to Gaza”. Una mobilitazione che è una risposta popolare all’inazione dei governi di fronte ai quotidiani massacri che i bombardamenti israeliani provocano nella Striscia. L’iniziativa ha preso forma in Francia e si sta diffondendo in diversi paesi. “Una iniziativa apartitica e pacifica – si legge nel gruppo Telegram – attiva in questo momento in più di 20 Paesi e che vede insieme operatori sanitari, umanitari, addetti alla logistica, avvocati, attori esperti sul campo provenienti da ogni angolo del mondo. Con un unico obiettivo: aprire un corridoio umanitario a Gaza, attraverso negoziati diplomatici con l’Egitto, sotto la supervisione internazionale. L’iniziativa non intende violare i confini nazionali e minare la sovranità degli stati. È costruito interamente su un coordinamento pacifico e civile, e mira a facilitare l’arrivo di un’assistenza medica, aiuto umanitario e personale di emergenza alla popolazione civile nel pieno rispetto del diritto umanitario internazionale”.
Yalla Filastin! 2 giorni di dibattiti, cultura e solidarietà con la Palestina che Resiste!
10-11 maggio al Parco Piacentino in Arcella (PD)
Dopo un anno e mezzo di barbarie e brutalità, perpetrate in mondovisione dallo stato terrorista di "Israele", e a pochi giorni dal 77simo anniversario della Nakba, la "catastrofe" del 1948, in cui si ricorda la cacciata di centinaia di migliaia di Palestinesi dai propri villaggi e case sotto il fuoco sionista, come collettivi e singoli solidali con la lotta di liberazione del popolo palestinese promuoviamo Yalla Falestine! Due giorni dedicati alla Palestina e al suo popolo coraggioso con l'obiettivo di parlare della sua storia e cultura con momenti di discussione e approfondimento, ma anche per rafforzare il legame tra chi si è mobilitato in questo ultimo anno e mezzo a fianco del popolo palestinese, sostenendo l'unità della Resistenza senza distinguo, denunciando le responsabilità criminali del nostro e degli altri governi occidentali e rifiutando ogni piano di normalizzazione e collaborazionismo con l'occupazione come quello portato avanti dall'Autorità Nazionale Palestinese di Mahmud Abbas.
Per una Palestina unita dal fiume al mare!
PROGRAMMA SABATO 10 h14.30 - Apertura due giorni h16 - Iniziativa/dibattito "Dalla Nakba al genocidio nel contesto di guerra odierno" h19 - Stage di Darbouka/drum circle h20 - Buffet h21 - Serata musicale con Jam Session e djset Tecnodabka DOMENICA 11 h10.30 - Laboratorio per bambini/e "Yalla si gioca" h12.30 - "La resistenza nel fumetto e nell'arte Palestinese" e presentazione di Palestzine 13.30 - Buffet 15.30 - Iniziativa/dibattito "Contro l'egemonia della cultura imperialista e la militarizzazione nei luoghi di istruzione"
Durante tutta l'iniziativa saranno presenti mostre fotografiche e contro-informative, banchetti ed esposizioni di materiali.
In poche ore, le forze israeliane hanno demolito case,
pozzi e persino grotte nella frazione cisgiordana di Khilet al-Dabe’,
lasciando le famiglie senza un posto dove ripararsi.
Le forze israeliane demoliscono edifici a Khirbet Khilet al-Dabe, a Masafer Yatta, in Cisgiordania, 5 maggio 2025. (Wisam Hashlamoun/Flash90)
Nelle prime ore di lunedì mattina 5 maggio, due enormi escavatori Hyundai e due bulldozer Caterpillar
sono usciti dai cancelli dell’insediamento israeliano di Ma’on, nelle
colline a Sud di Hebron, costruito illegalmente su terreni palestinesi
appartenenti al villaggio di At-Tuwani. Per i residenti della zona, la
vista di questi “mostri gialli”, come li chiamano, è un presagio: la
giornata sarà piena di distruzione e le famiglie perderanno le case in
cui si sono svegliate poche ore prima.
Circa 90 minuti dopo, la forza dell’operazione è diventata evidente.
Jeep militari, soldati dell’esercito israeliano, unità di pattugliamento
delle frontiere, funzionari dell’amministrazione civile e un gruppo di
operai si sono radunati e poi si sono mossi tutti insieme verso Khirbet
Khilet al-Dabe’, un piccolo ma resistente villaggio incastonato tra le
terre alte di Shafa Yatta e le colline basse di Masafer Yatta. Mi sono precipitato lì con altri attivisti locali per documentare ciò che temevamo stesse per accadere.
Siamo stati fermati da un gruppo di soldati mascherati a circa 80
metri dalle case del villaggio. “Non vi è permesso avanzare”, ha
abbaiato un soldato, lasciando cadere a terra un vecchio secchio
arrugginito e dichiarando: “Questo è il confine di una zona militare
chiusa: chiunque lo oltrepassi sarà arrestato”.
Abbiamo chiesto se c’era un ordine militare ufficiale che stabiliva
l’area come vietata. Un soldato ha risposto: “Arriverà tra pochi
minuti”. Ma la demolizione si è protratta per ore e non è mai arrivato
un ordine del genere. Non si trattava dell’applicazione di una sentenza
legale, ma piuttosto di un esercizio di puro potere militare. In realtà,
i soldati non hanno nemmeno fatto finta di rispettare le leggi
discriminatorie di Israele. Ci hanno semplicemente minacciato con armi e
arresti.
Mentre i soldati ci trattenevano, un escavatore ha distrutto due
pozzi d’acqua, mentre altri hanno fatto irruzione nella comunità stessa.
Le famiglie sono state portate via con la forza dalle loro case. Tra
loro c’erano Amna Dababseh, 80 anni, e suo marito Ali, 87 anni.
Ali
Dababseh in mezzo ai soldati mentre le forze israeliane demoliscono
edifici nel villaggio cisgiordano di Khilet al-Dabe’, 5 maggio 2025. (Wisam Hashlamoun/Flash90)
“Mia
figlia ci ha portato la colazione e stavamo per mangiare, quando ci ha
detto ce l’esercito era entrato nel villaggio”, ha raccontato Amna.
“All’improvviso, i soldati erano davanti alla nostra porta. Uno ha
indicato la nostra casa e ha detto: ‘Uscite. Stiamo per demolire questa
casa’. Gli ho detto: ‘Mio marito ha avuto un ictus e riesce a malapena a
camminare. Io ho il diabete. Dove volete che andiamo?” Mi ha risposto:
‘in montagna’. Muovetevi!”.