20 luglio 2026

«Fate tutto il possibile per tirarmi fuori da questo posto»: l’appello alla libertà del dottor Hussam Abu Safiya

 

della Redazione Palestine Will Be Free,  Palestine Will Be Free, 16 luglio 2026.  

Gli appelli delle organizzazioni per i diritti umani a favore del suo rilascio non sono riusciti a dissuadere gli israeliani, che continuano ad agire in disprezzo del diritto internazionale e delle norme di comportamento umano.

Il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza, che è rinchiuso da oltre 560 giorni nelle prigioni israeliane dove si praticano stupri e torture, ha lanciato un appello urgente ai suoi avvocati, esortandoli a «fare tutto il possibile» per ottenere il suo rilascio.

«Fate tutto il possibile per tirarmi fuori da questo posto», ha detto ai suoi avvocati durante una recente visita, secondo quanto riportato da Physicians for Human Rights-Israel (PHRI).

Il dottor Abu Safiya, attualmente detenuto nella struttura sotterranea di Rakefet e sottoposto a torture incessanti, ha riferito ai suoi avvocati di essere continuamente picchiato e tenuto in isolamento.

Durante una successiva visita alla struttura di detenzione sotterranea di Rakefet, ha riferito di essere stato nuovamente picchiato dalle guardie carcerarie dopo la visita precedente e di essere stato da allora tenuto da solo in isolamento. Ha riferito di avere un dito ferito e di soffrire anche di un problema all’occhio destro, ma di non ricevere cure mediche adeguate.

Il rapporto di PHRI ha sottolineato che al medico non veniva concessa alcuna privacy durante gli incontri con i suoi avvocati: «La visita si è svolta in condizioni che non consentivano una comunicazione riservata: dietro un divisorio opaco, tramite telefono, mentre le guardie carcerarie mascherate rimanevano a portata d’orecchio».

La mancanza di privacy limita certamente la quantità di informazioni che il dottor Abu Safiya potrebbe condividere con i suoi avvocati. I suoi precedenti ricorsi al sistema giudiziario israeliano per ottenere il rilascio avevano portato a misure ancora più repressive da parte delle autorità carcerarie, in apparente rappresaglia per i suoi sforzi volti a ottenere la libertà.

Durante una visita del 2 luglio, l’avvocato del dottor Abu Safiya ha documentato gravi lesioni, segni di aggressione fisica, difficoltà respiratorie e ripetuti episodi di perdita di coscienza, sollevando timori per la sua vita.

In quell’occasione, il medico ha detto al suo avvocato: «Questa è l’ultima volta che mi vedi… Mi hanno portato qui per uccidermi».

Il dottor Abu Safiya dirigeva l’ospedale Kamal Adwan, l’ultimo ospedale funzionante nel nord di Gaza, al culmine del genocida Generals Plan di Israele nel 2024. Nonostante un assedio israeliano all’ospedale durato settimane, il dottore continuava a fornire assistenza medica a un’ondata di pazienti, nonostante la crescente barbarie israeliana. Fu rapito il 27 dicembre 2024, dopo che gli israeliani avevano costretto il personale ospedaliero a evacuare la struttura.

Da allora è rimasto in carcere, nonostante non sia mai stato incriminato. La sua innocenza, tuttavia, non ha impedito agli israeliani di sottoporlo a orrori indicibili, mentre la sua famiglia affranta teme per la sua sorte tra abusi sempre più gravi e notizie sempre più allarmanti sulle sue condizioni di salute nelle segrete israeliane.

Gli appelli delle organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani a favore del suo rilascio non sono riusciti a dissuadere gli israeliani, che continuano ad agire in disprezzo del diritto internazionale e delle norme di comportamento umano. Hanno ridotto quasi tutta Gaza in macerie, hanno ucciso centinaia di migliaia di civili innocenti, tra cui decine di migliaia di bambini, hanno decimato le infrastrutture, avvelenato i pozzi d’acqua, distrutto scuole e università, attaccato ospedali e ucciso o rapito come prima cosa i medici, stabilendo così nuovi standard di barbarie.

La loro impresa di genocidio, che comprende il massacro quotidiano di intere famiglie, persino durante un presunto «cessate il fuoco», è stata completamente normalizzata. In questa nuova normalità, le suppliche del dottor Abu Safiya si sono rivelate, finora, poco più che quelle di un umanitario impegnato che grida nel vuoto mentre viene picchiato a sangue dai genocidari israeliani finanziati dall’Occidente che imperversano sulla sua terra ancestrale.



Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen

 

di Francesca Fornario       Il Fatto Quotidiano, 6 luglio 2026.  

Hanno sparato agli affamati in fila per il cibo sterminandone duemila, ma non si può dire che è genocidio e comunque “Taylor Swift e Travis Kelce presentano il loro nuovo cagnolino”

I soldati israeliani hanno pisciato nelle culle, cagato nelle pentole, bruciato i libri, distrutto le foto del matrimonio appese al muro della casa degli sposi, fatto i selfie sculettando con la biancheria intima della sposa rubata dai cassetti sopra alla mimetica, fatto il video per mandarlo alla fidanzata, fatto il video per aumentare i follower ma non si può dire che è genocidio e comunque “Harry e Meghan con i figli Archie e Lilibet hanno incontrato re Carlo III ad Highgrove, residenza privata del sovrano nelle Cotswolds”.

I soldati israeliani hanno fatto sbranare dai cani un ragazzo disabile e lo hanno lasciato morire dissanguato trascinando via la madre che li implorava di aiutarlo ma non si può dire che è genocidio e comunque “Belen guida il motoscafo in topless, con una mano regge lo sterzo e con l’altra si copre”.

I soldati israeliani hanno tenuto i punti giocando al tiro a segno. Un giorno bisognava colpire i bambini alla testa, un giorno ai testicoli, un giorno alla rotula ma non si può dire che è genocidio e comunque Massimo Recalcati psicanalizza Michele Mari che ha vinto il premio Strega (e nessuno dei due dice che è genocidio).

Il governo israeliano blocca l’uscita da Gaza e l’ingresso ai giornalisti, ai medici e pure ai biscotti e alla marmellata perché sono troppo calorici per donne e bambini mentre il 77 per cento della popolazione soffre di gravi livelli di insicurezza alimentare e per questo la mortalità infantile è raddoppiata ma non si può dire che è genocidio e comunque Dua Lipa si è sposata in Sicilia con 150 cannoli e il gelo d’anguria con i fiori di gelsomino cristallizzati raccolti alle 5 del mattino.

Hanno sparato agli affamati in fila ai punti di distribuzione cibo sterminandone duemila, hanno distrutto la rete idrica costringendo i sopravvissuti a campare con 6 litri a testa quando, per l’OMS, per garantire l’igiene ne servono tra i 50 e 100 ma non si può dire che è genocidio e comunque “Taylor Swift e Travis Kelce presentano il loro nuovo cagnolino decidendo però di mantenere il riserbo sui dettagli più intimi” (Boh, Tgcom24 li chiama così).

Hanno crivellato di colpi l’auto a bordo della quale una famiglia tentava di mettersi in salvo, crivellato di colpi l’ambulanza che andava a soccorrere la bambina unica sopravvissuta nell’abitacolo sotto i corpi insanguinati degli zii, crivellato di colpi l’abitacolo per ammazzare la bambina sopravvissuta ma non si può dire che è genocidio e comunque Prada propone delle ciabatte in rafia dalle tonalità beige impreziosite dall’iconico logo a triangolo con finiture in pelle.

Hanno colpito 36 ospedali su 36 ospedali funzionanti, lasciato morire i neonati nelle incubatrici dopo aver staccato la corrente, ucciso oltre 1500 medici e infermieri arrestandone decine senza processo e capo d’accusa, ammassandoli nelle carceri dove i prigionieri vengono sistematicamente torturati e stuprati con oggetti appuntiti infilati nell’ano fino a lesionare gli organi interni, nelle carceri dove sono detenuti oltre 300 bambini per terrorismo in virtù della legge che considera terrorista il bambino che lancia una pietra al tank che sta occupando il suo villaggio ma non si può dire che è genocidio e comunque Tarantino lascia la regia e torna a fare l’attore con Kylie Minogue.

Hanno fermato le ambulanze, fatto scendere i paramedici disarmati, li hanno uccisi uno dopo l’altro, li hanno seppelliti tutti e quindici con le loro ambulanze sotto la sabbia ma non si può dire che è genocidio e comunque Sinner blocca i crampi col succo di cetriolini.

Hanno raso al suolo intere città, scuole, chiese, moschee, campi da calcio, caffè in riva al mare, occupato militarmente quasi il 70 per cento della Striscia, distrutto tutte le università, costretto il 90 per cento della popolazione a vivere nelle tende, dato fuoco alle tende, ucciso oltre 72mila persone 21 mila delle quali bambini ma non si può dire che è genocidio e comunque quest’estate puoi rimpinguare le ciglia con ciuffetti monouso per valorizzare l’occhio senza appesantirle.

Hanno sparato ai pescatori perché pescavano, ai giornalisti perché facevano i giornalisti uccidendone a centinaia con esecuzioni mirate ma non si può dire che è genocidio e comunque è l’anno del Cavallo di Fuoco nel calendario dell’oroscopo cinese e le questioni pratiche, in particolare legate alla casa e alla famiglia, creano tensioni ma solo se sei Bilancia.

Hanno fatto sorvolare in piena notte gli accampamenti degli sfollati da droni che emettevano gemiti di neonati e latrati di cani così da far uscire fuori la gente terrorizzata per poi colpirla ma non si può dire che è genocidio e comunque esce il nuovo singolo di Beyoncè.

Hanno bombardato a tappeto il Libano, occupato il Sud del paese, raso al suolo villaggi, costretto un milione alla fuga, ucciso dal 7 ottobre oltre mille palestinesi in Cisgiordania dove non c’è Hamas, arrestato, in Cisgiordania, un palestinese su quattro nell’arco della sua vita e anche lì raso al suolo villaggi e sgozzato le pecore e tagliato gli ulivi e menato le suore e sparato ai preti e minacciato con le armi i carabinieri italiani e i deputati americani e torturato e sequestrato gli attivisti internazionali, i parlamentari europei, i medici e i giornalisti da tutto il mondo e hanno instaurato un sistema di apartheid e presentato i piani di pulizia etnica con i video fatti con l’AI dove al posto delle case dei palestinesi c’erano i resort di lusso e i casinò e Trump e Netanyahu a passeggio sul lungomare ma non si può dire che è genocidio e nemmeno si possono interrompere i rapporti militari e commerciali e strategici con Israele e nemmeno si può smettere di vendere le armi a Israele e si può solo sanzionare 20 ma meglio 21 volte Putin perché ha invaso l’Ucraina ma zero volte Israele che ha invaso la Palestina, il Libano, la Siria, ha bombardato sei stati sovrani con le armi di Trump che sanziona i giudici internazionali e l’ONU e chiunque abbia il coraggio di dire Genocidio e di denunciare l’Apartheid e comunque Giorgia Meloni, che non dice Genocidio e non riconosce la Palestina e non sanziona Israele e aumenta le spese militari come le chiede di fare Trump, veste Cucinelli che odia il verde e ama i colori pastello e non dice genocidio; Giorgia Meloni che promette il pugno duro contro i maranza, contro i migranti irregolari, contro gli Antifa ma non muove un dito contro gli assassini israeliani e americani va dal parrucchiere di Mara Carfagna e Elisabetta Gregoraci a fare il long bob biondo mielato col balayage.

E due cose studieranno i posteri: come è stato possibile, e come è stato possibile che noi giornalisti parlassimo prevalentemente d’altro. “Si vede che puntavano tutti al Premio Strega”.


04 maggio 2026

Video. Un prigioniero palestinese rilasciato in condizioni fisiche e mentali da renderlo irriconoscibile

 

28 aprile 2026

Un tempo muscoloso e forte, il bodybuilder palestinese Moazzaz Obaiyat, dopo nove mesi di detenzione in Israele, al momento del suo rilascio a luglio non era più in grado di camminare senza assistenza. Poi, durante un’irruzione nella sua abitazione avvenuta all’alba di ottobre, i soldati lo hanno arrestato nuovamente.

La sua triste e scandalosa vicenda in questo video di 4 min 20”:


https://youtu.be/bEr_wmJVkUQ?si=B6XDunsn0o0gJen0


29 aprile 2026

Organizzazione Mondiale della Sanità: «17.000 infezioni legate a roditori e parassiti tra gli sfollati di Gaza»

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) riferisce che dall’inizio dell’anno sono state registrate oltre 17.000 infezioni legate a roditori e parassiti esterni tra gli sfollati palestinesi nella Striscia di Gaza, mentre il deterioramento delle condizioni di vita e la distruzione del sistema sanitario continuano ad aggravare la crisi umanitaria causata dall’attacco israeliano in corso.

In una dichiarazione ufficiale, l’OMS ha affermato che “le condizioni disperate e pericolose a Gaza continuano a ostacolare gli sforzi di recupero”, segnalando un forte aumento delle malattie trasmissibili tra le famiglie sfollate che non hanno accesso ad acqua potabile, servizi igienico-sanitari e cure mediche di base.

L’organizzazione ha avvertito che il settore sanitario di Gaza non è in grado di rispondere in modo efficace a causa della grave carenza di forniture, attrezzature e capacità di laboratorio.

L’OMS ha stimato i danni al sistema sanitario di Gaza in 1,4 miliardi di dollari, confermando che oltre 1.800 strutture mediche sono state parzialmente o completamente distrutte.

La distruzione coinvolge i principali ospedali come Al-Shifa nella città di Gaza, nonché centri di assistenza primaria, cliniche, farmacie e laboratori, lasciando la popolazione praticamente senza infrastrutture mediche funzionanti.

La nuova rappresentante dell’organizzazione nei territori palestinesi occupati, Rienhelde Van de Weerdt, ha descritto la devastazione di cui è stata testimone durante la sua prima visita a Gaza.

«Nulla ti prepara alla portata della distruzione», ha affermato, aggiungendo che leggere i rapporti «non è paragonabile a trovarsi per le strade circondati da cumuli di macerie alti diversi metri».

Van de Weerdt ha confermato che da gennaio sono stati documentati oltre 17.000 casi di infezioni legate a roditori e parassiti tra i palestinesi sfollati. Ha aggiunto che oltre l’80% dei siti di sfollamento ha segnalato malattie cutanee diffuse, causate dal sovraffollamento, dall’assenza di servizi igienico-sanitari e dal collasso dei servizi di base.

Ha sottolineato che l’OMS e i suoi partner hanno urgente bisogno di portare attrezzature di laboratorio e forniture mediche per identificare e monitorare le malattie che si stanno diffondendo nella Striscia.

Tuttavia, ha affermato che questi materiali non vengono ammessi a Gaza a causa del blocco israeliano in corso, che continua a limitare l’ingresso di beni umanitari essenziali.

Van de Weerdt ha sottolineato che la situazione deve cambiare, chiedendo la protezione degli operatori sanitari, l’ingresso di medicinali e forniture di base e la rimozione delle restrizioni che impediscono il funzionamento del sistema sanitario.

Ha avvertito che, senza un intervento immediato, le malattie prevenibili continueranno a diffondersi tra le famiglie sfollate che vivono in rifugi insicuri e sovraffollati.

https://imemc.org/article/who-17000-infections-among-gaza-displaced

Traduzione a cura di AssopacePalestina






INIZIATIVE IN SOLIDARIETA' CON IL POPOLO PALESTINESE

 






25 marzo 2026

La tortura messa a sistema: l’ultimo rapporto di Francesca Albanese

 

Si intitola “Tortura e genocidio” e documenta le torture sistematiche
sui palestinesi da parte di Israele. 
da Redazione Kritica, 23 marzo 2026.

Oggi 23 marzo a Ginevra, la Relatrice Speciale sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati dal 1967 Francesca Albanese presenterà il suo ultimo report. Si intitola “Tortura e genocidio” e documenta l’uso sistematico delle torture da parte del regime israeliano nei confronti delle popolazioni palestinesi.

Come si legge nella sintesi: “Questo rapporto esamina l’uso sistematico della tortura da parte di Israele contro i palestinesi nel Territorio Palestinese Occupato, a partire dal 7 ottobre 2023, considerando pratiche sia detentive che non, le quali raggiungono la soglia per configurare il crimine di genocidio ai sensi della Convenzione sul Genocidio.

Documenta come la tortura sia divenuta parte integrante del dominio e delle punizioni inflitte a uomini, donne e bambini, sia attraverso abusi in detenzione sia mediante una campagna incessante di sfollamento forzato, uccisioni di massa, privazione e distruzione di tutti i mezzi di sussistenza, al fine di infliggere dolore e sofferenza collettivi sul lungo periodo. Viene imposto un regime perpetuo e territorialmente pervasivo di terrore psicologico, progettato per spezzare i corpi, privare un popolo della propria dignità e costringerlo ad abbandonare la propria terra.

Questa non è violenza incidentale. È l’architettura del colonialismo di insediamento, costruito sulla disumanizzazione e mantenuto da politiche di crudeltà e tortura collettiva.”

Qui il testo completo



Riportiamo di seguito le conclusioni e le raccomandazioni del rapporto:

Conclusioni

Dall’ottobre 2023, la tortura sistematica dei palestinesi è diventata parte integrante del genocidio coloniale-colonialista di Israele, fungendo da strumento di violenza annientatrice diretta contro i palestinesi in quanto popolo. Quando la tortura viene perpetrata su un intero territorio, contro una popolazione in quanto tale, e sostenuta da politiche che distruggono le condizioni di vita, l’intento genocida è evidente.

Questo rapporto ne sfiora solo la superficie. Esso colloca la tortura in un quadro più ampio di politiche e pratiche sia detentive che non detentive, in cui l’inflizione di un danno collettivo a lungo termine riflette uno sforzo concertato per controllare e cancellare un popolo: distruggendo le condizioni di vita di base, spezzando i legami sociali e la resistenza collettiva e, in ultima analisi, costringendo i palestinesi ad abbandonare la loro terra per sostituirli con i coloni.

Durante la detenzione, i prigionieri palestinesi sono stati sottoposti ad abusi fisici e psicologici eccezionalmente spietati, su una scala e con un’intensità senza precedenti nella storia della Palestina/Israele. Pestaggi brutali, violenza sessuale, stupri, maltrattamenti letali, fame e la privazione sistematica delle condizioni umane più elementari hanno inflitto cicatrici profonde e durature sui corpi e sulle menti di decine di migliaia di palestinesi e dei loro cari. Queste pratiche dimostrano che il sistema di detenzione israeliano è degenerato in un regime di umiliazione, coercizione e terrore sistematici e diffusi, volto a privare i palestinesi non solo della loro libertà, ma anche della loro dignità, identità e persino del più elementare senso di umanità. Lungi dall’essere eccessi isolati, tali comportamenti sono stati istituzionalizzati all’interno delle strutture di detenzione sostenute politicamente dalle autorità israeliane e pubblicamente giustificate, o addirittura celebrate, da alcuni segmenti della società.

Oltre alla detenzione, i palestinesi sono sottoposti a condizioni che, cumulativamente, infliggono gravi sofferenze fisiche e psicologiche collettive: uccisioni di massa, sfollamenti di massa, distruzione di massa di case e infrastrutture, fame di massa, privazioni di massa, compresa l’assistenza medica essenziale, e la costante esposizione alla violenza e all’umiliazione senza possibilità di riparazione. In questo ambiente tortuoso, la distruzione intenzionale delle condizioni necessarie alla vita rende l’esistenza quotidiana un calvario di stanchezza, traumi e precarietà.

Prendendo di mira l’intera popolazione, su tutto il territorio occupato, attraverso una serie di comportamenti, il genocidio è diventato la forma estrema di tortura: continua, generazionale e collettiva. Nel loro insieme, queste politiche consolidano un sistema globale di distruzione calcolato per infliggere sofferenza permanente ai palestinesi, annientare la vita quotidiana e creare un ambiente di angoscia prolungata, come confermato dalle testimonianze che descrivono l’erosione irreversibile della fiducia, dell’identità e del senso di appartenenza causata dalla tortura e dal suo impatto duraturo sulle famiglie. Queste pratiche sono progettate per infliggere danno e cancellare una volta per tutte il diritto palestinese all’autodeterminazione, erodendo la possibilità di continuità politica, culturale e territoriale. Non c’è dubbio che ciò costituisca sia l’inflizione di gravi danni fisici e mentali ai sensi dell’articolo II(b) della Convenzione sul Genocidio, sia una tortura intenzionale e collettiva.

Sebbene la disumanizzazione dei palestinesi sia antecedente alle nomine di Ben-Gvir, Smotrich e Katz nel governo, questi politici ora presiedono e danno la direzione politica alle politiche alla base delle conclusioni di questo rapporto. Qualsiasi ricerca credibile di giustizia deve affrontare la tortura non come un crimine isolato, ma come un pilastro fondamentale di un progetto genocida volto alla completa cancellazione – distruzione fisica e psicologica, sfollamento e sostituzione – del popolo palestinese.

Raccomandazioni

Ricordando le sue precedenti 58 raccomandazioni, la Relatrice Speciale raccomanda inoltre che:

Israele dovrebbe:

Cessare immediatamente tutti gli atti di tortura e maltrattamento del popolo palestinese nell’ambito del genocidio in corso, sia in stato di detenzione che fuori da esso. Ciò richiede, come precondizione fondamentale, lo smantellamento del regime di apartheid mantenuto nei territori palestinesi occupati, che la Corte Internazionale di Giustizia e l’Assemblea Generale hanno giudicato in violazione del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Questo processo deve iniziare con la fine immediata della presenza illegale di Israele nel territorio, insieme alla responsabilità, al pieno risarcimento, alle garanzie di non ripetizione e alle misure per preservare la memoria attraverso una riforma istituzionale ed educativa.

Gli Stati membri dovrebbero:

Rispettare l’obbligo di non partecipare né essere complici dei crimini israeliani, e invece prevenire e affrontare le gravi violazioni del diritto internazionale, in particolare quelle previste dalla Carta delle Nazioni Unite e dalla Convenzione sul Genocidio, e garantire che gli atti di genocidio, tortura e maltrattamenti siano oggetto di indagini e perseguiti.

Potenziare i meccanismi e le risorse per la raccolta di prove ai fini dei procedimenti penali, chiarire la sorte e l’ubicazione di tutti i palestinesi scomparsi e garantire che Israele fornisca adeguati risarcimenti alle vittime palestinesi. Attivare meccanismi di giurisdizione universale per processare individui e persone giuridiche sospettati di coinvolgimento in gravi violazioni e altri crimini internazionali, inclusi il genocidio e la tortura.

I programmi di sostegno psicosociale per i sopravvissuti, in particolare gli ex prigionieri e i sopravvissuti alla tortura e alla violenza sessuale, dovrebbero essere finanziati a livello internazionale, ad esempio tramite lo stanziamento del Fondo Volontario delle Nazioni Unite per le vittime della tortura a favore delle ONG palestinesi, e dovrebbero facilitare il trasferimento dei sopravvissuti verso stati terzi.

All’Ufficio del Procuratore della Corte Penale Internazionale:

Indagare e perseguire gli atti di genocidio, tortura e maltrattamenti e, in questo contesto, richiedere immediatamente mandati di arresto per i funzionari israeliani, in particolare Ben-Gvir, Katz e Smotrich, sospettati di aver perpetrato e/o ordinato i crimini atroci descritti in questo rapporto, nonché per il Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano e gli alti funzionari dell’IPS responsabili dei centri di detenzione.

30 gennaio 2026

C’è un “Mandela” in Palestina

 


di Carlo RuggieroCollettiva, 28 gennaio 2026.    

Fadwa Barghouti, moglie di Marwan che è da 24 anni nelle carceri israeliane: “È un prigioniero politico, ma è l’unico che può portare la pace in Medio Oriente”.

In occasione della Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese del 29 novembre scorso, è stata rilanciata la campagna internazionale per la liberazione di Marwan Barghouti, che si ispira esplicitamente alla mobilitazione mondiale che portò alla liberazione di Nelson Mandela in Sudafrica.

Barghouti è nelle carceri israeliane da 24 anni. Dopo il fallimento degli accordi di Oslo e l’inizio della seconda Intifada del 2000, ha guidato la resistenza armata come capo del Tanzim, il braccio armato di al-Fatah. Il 15 aprile 2002 Israele lo ha catturato e imputato di omicidio con finalità terroristiche. Durante il processo Barghouti ha rifiutato di riconoscere la legittimità del tribunale israeliano e di difendersi. Il 20 maggio 2004 è stato condannato a cinque ergastoli, accuse che ha sempre respinto dichiarando la propria innocenza.

Nei sondaggi d’opinione Barghouti è sempre risultato il politico palestinese più popolare. Secondo molti osservatori internazionali sarebbe oggi l’unica personalità in grado di unire il suo popolo e sedersi a un tavolo per ottenere una pace solida e duratura con Israele. Sua moglie Fadwa è un’avvocata e da oltre due decenni continua a chiedere senza sosta la sua liberazione.

Innanzitutto, come sta suo marito?
Marwan è in isolamento da oltre due anni, cioè dall’inizio della guerra del 7 ottobre. Gli è interdetta qualsiasi visita familiare e sono proibite anche le visite da parte della Croce Rossa internazionale e degli avvocati, che non riescono a incontrarlo se non ogni tre o quattro mesi. Ventiquattro anni fa è stato il primo rappresentante eletto del popolo palestinese a essere rapito. Marwan ha rifiutato di riconoscere la legittimità della Corte israeliana e di dare fondatezza all’idea che i parlamentari palestinesi non siano rappresentanti del popolo e possano essere criminalizzati per questo. Negli ultimi due anni, poi, in quanto simbolo della causa palestinese, è stato esposto a sette diverse aggressioni, tanto violente da causare la frattura di diverse costole e di un piede. Anche sul suo volto e sulla sua fronte sono visibili i segni delle percosse. Tutte queste violenze sono avvenute durante il trasporto da un luogo di detenzione all’altro, cioè da una cella di isolamento all’altra, affinché non avvenissero all’interno delle carceri e quindi fossero più facili da nascondere. Tutto questo su ordine diretto di Ben Gvir, ministro per la Sicurezza interna dello stato sionista d’Israele.

Il 29 novembre, da Londra, avete rilanciato la campagna internazionale “Free Palestine, Free Marwan”. Quali sono i numeri e la situazione dei prigionieri politici palestinesi?

articolo completo

https://www.collettiva.it/copertine/internazionale/ce-un-mandela-in-palestina-foyzsxb4