14 ottobre 2026

La formazione al Freedom Theatre, il dramma di Jenin, l’opera di Churchill

 


Francesca Saturnino intervista Anas Arqawi

«A Gaza i più piccoli sono testimoni»

«Abbiamo una grande responsabilità nel fare teatro. È una forma di resistenza. Mi piacerebbe fare Shakespeare ma sono obbligato, costretto a raccontare le mie storie. Stare in Europa, fare teatro in questo modo è come restare in Palestina, come non me ne fossi mai andato». Anas Arqawi ha 34 anni, gli occhi scuri, profondi, parla con una dolcezza disarmante. Si è formato come attore al Freedom Theatre di Jenin, sua città natale. Da tredici anni vive a Bologna, fa parte della compagnia di Teatri di Vita: dopo essere stato invitato al Festival «Nostro cuore di Palestina» con lo spettacolo del Freedom Theatre Suicide Note from Palestine, gli fu proposto di restare. È uno dei protagonisti di Sette bambine ebree. Un’opera per Gaza di Caryl Churchill, regia Andrea Adriatico, che il 13 ottobre apre la stagione del Teatro Filodrammatici di Milano. L’abbiamo raggiunto per una chiacchierata.

Come hai iniziato a fare teatro? Cosa rimane del Freedom Theatre?

Sono nato da genitori rifugiati del campo profughi di Jenin. Dopo la maturità m’iscrissi al Freedom Theatre, fondato nel 1987 da Arna Mer, attivista marxista israeliana che aveva deciso di puntare sull’educazione delle giovani generazioni del campo, fondando lo Stone Theatre. Dopo la totale distruzione del teatro e del campo da parte dell’esercito israeliano nel 2002, suo figlio, Giuliano Mer-Khamis, lo ricostruì sotto il nome di Freedom Theatre. Fino a pochi anni fa ci venivano registi, coreografi, artisti da tutto il mondo per tenere laboratori. Questa scuola così marginale in un campo profughi palestinese era diventata di eccellenza. Quasi tutti i membri della prima generazione del Freedom Theatre sono diventati combattenti. Dopo l’assassinio di Giuliano, noi membri della compagnia siamo andati via, il teatro non esiste più. I pochi rimasti hanno continuato a lavorare in città facendo laboratori, soprattutto per i bambini.

Com’è la situazione a Jenin?

Completamente fuori controllo. L’esercito israeliano ha costruito cancelli elettrificati, posti di blocco, organizza viaggi per i coloni invitandoli a occupare sempre più terre. Ci sono arresti, esecuzioni, non si può lavorare, viaggiare, coltivare; pecore, mucche, persino i trattori vengono rubati. La gente è senza casa, lavoro, soldi. In molti cercano di andarsene. Hanno arrestato due miei fratelli, una sorella, mio padre, li hanno picchiati. Una delle mie sorelle ha ancora gli incubi. Tutte le volte l’esercito entra nel quartiere, comincia a piangere, tremare, è qualcosa che ti rimane dentro. Mia madre mi dice: «Non c’è speranza, non venire, non rischiare, l’esercito arresta, uccide qualsiasi persona». Aspetta che rientri, ma desidera anche che rimanga in Italia.

Come hai lavorato a Sette bambine ebree. Un’opera per Gaza?

Sono sette scene in cui gli adulti si rivolgono a una bambina in diversi momenti della storia, dal Novecento, la Shoah, fino alla distruzione di Gaza. Interpreto una persona muta che non ha tempo per reagire, capire cosa stia succedendo, come ogni contadino, prigioniero, profugo cacciato dalla propria terra. Quando gli altri personaggi arrivano in Palestina, «terra promessa», sono testimone di cosa accade, dall’inizio della nascita dello Stato di Israele a oggi. Nel testo originale a parlare sono solo adulti ebrei. Adriatico, rispetto a tutte le messe in scena, ha voluto inserire il personaggio palestinese che nel finale racconta le stesse cose degli ebrei, ma da un altro punto di vista: in modo disperato, amaro, completamente diverso. Far sentire la mia voce è l’obiettivo di tutto lo spettacolo.

I bambini e le bambine osservano, subiscono tutto questo.

Nell’ultima parte del monologo mi rivolgo alla bambina, i più piccoli sono testimoni di violenza inaudita. I coloni insegnano ai figli a sparare a cinque anni. Da noi purtroppo i giovani non hanno niente da fare, non possono viaggiare, divertirsi, lavorare. Ognuno di questi bambini ha avuto la casa distrutta, un genitore arrestato, ucciso, ferito. L’unico obiettivo è difendersi in qualche modo. Sono ottant’anni che nessuno ci difende.

01 ottobre 2026

VITTIME PERFETTE incontro con Mohammed El-Kurd

 






L’origine condivisa della guarigione

 

Tempi presenti La psichiatra palestinese Samah Jabr racconta il libro «Trauma infinito», condotto insieme a Maria Nadotti e uscito per Feltrinelli. «Non solo ferite: di generazione in generazione, si è trasmesso anche il "sumud", il senso di attaccamento e perseveranza»

Edizione 27/09/2026         Intervista    Samah Jabr

«Se lavoro solo con l’individuo ignorando le strutture che generano la sofferenza, rischio di trasformare una risposta all’oppressione in una patologia individuale. Tuttavia, se parlo soltanto di strutture politiche, potrei perdere di vista l’essere umano che ho di fronte, con la sua storia, le sue relazioni, le sue paure, le sue perdite e le sue speranze. È qui che figure come Frantz Fanon, Paulo Freire e Ignacio Martín-Baró sono state fondamentali: mi hanno aiutato a comprendere che la sofferenza psicologica non può sempre essere scissa dai rapporti di potere e che la liberazione possiede anche una dimensione psicologica».

È con poche parole che Samah Jabr, durante la nostra intervista, racchiude il senso del percorso professionale e politico che l’ha condotta a elaborare una pratica clinica capace di spiegare la Palestina. Spiegarla in modo diverso, come farebbe una psicoterapeuta e una psichiatra. Palestinese di Gerusalemme est, Jabr è un punto di riferimento per chi si occupa di quella terra, capace di legare l’antica sete di giustizia collettiva al trauma individuale e al suo possibile superamento, insieme.

Di questa lunga attività, tratta nel libro Trauma infinito. Una psichiatra palestinese racconta (pp. 320, euro 20), edito da Feltrinelli. Lo fa insieme a Maria Nadotti e a un dialogo che si dispiega nel corso degli ultimi anni, qualcosa di più di una semplice intervista: è una conversazione che scava nella vita di Jabr e in quella della sua famiglia, dei luoghi conosciuti e dei pazienti che di più l’hanno segnata, dei suoi e dei loro sogni.

«Il trauma palestinese è coloniale, deliberato, ripetitivo, cumulativo e transgenerazionale. A essere patogeno è il dispositivo politico dell’occupazione e dell’apartheid»: così, nel primo capitolo del libro risponde a una domanda di Maria Nadotti. Senza la fine dell’occupazione, quel trauma è insuperabile?
Non direi che il trauma palestinese sia insormontabile. Tuttavia, ritengo che non possa essere compreso o trattato come se fosse semplicemente una ferita psicologica individuale. Quando la causa della ferita è ancora presente e la violenza è deliberata, ripetitiva e cumulativa, è irrealistico aspettarsi che le persone «guariscano» senza che cambino le condizioni che continuano a generare sofferenza. Allo stesso tempo, rifiuto l’idea di descrivere i palestinesi esclusivamente attraverso la lente del trauma. I nostri nonni hanno vissuto gli eventi devastanti di quella pulizia etnica di massa che chiamiamo Nakba. Hanno perso case, terre, familiari, mezzi di sostentamento e l’intero mondo che conoscevano. Eppure, i palestinesi non sono scomparsi. Hanno piantato, coltivato, ricostruito case, cresciuto figli e trasmesso alla generazione successiva i nomi, le storie e i ricordi dei luoghi da cui erano stati sradicati. Il trauma può trasmettersi di generazione in generazione, ma lo stesso vale per il senso di attaccamento, la dignità e il sumud (resilienza, perseveranza, ndr). Non credo che i palestinesi debbano attendere la liberazione per sperimentare una qualche forma di guarigione.

Cita il «sumud», anche questo ripetitivo e cumulativo: può essere inteso come una pratica di resistenza di base, sociale e psicologica, tanto più in assenza di una fase di post-trauma?

La dimensione collettiva del sumud può aiutare l’individuo a sostenere un peso altrimenti insopportabile. La violenza politica può privarci della casa, dei mezzi di sostentamento, della libertà, della sicurezza, dei ruoli sociali, dei progetti per il futuro e della percezione che il mondo sia ancora un luogo in cui vivere in sicurezza. A Gaza si parla del peso della sopravvivenza: il carico psicologico del continuare a vivere dopo che tanto è andato distrutto. Nessuno dovrebbe portare quel peso da solo. È qui che la dimensione collettiva diventa fondamentale. Famiglia, vicini, amici, comunità e reti professionali possono condividere parte di quel peso. Il concetto palestinese di sumud va oltre la capacità individuale di resistere alle avversità, ha una natura più relazionale: nasce e vive tra le persone e si alimenta attraverso le relazioni, il senso di appartenenza e il rifiuto condiviso di essere sradicati.

 Samah Jabr

Il libro è un viaggio complesso che intreccia diversi piani: la sua storia e quella della sua famiglia, la casa perduta a Gerusalemme, il lavoro con i prigionieri politici, l’etica islamica…Un dialogo che avanza mentre è in corso il genocidio a Gaza. Può una terapeuta svolgere il proprio ruolo condividendo lo stesso trauma?

Può farlo non fingendo di esserne estranea. A Gaza, e più in generale in Palestina, il terapeuta può provare paura, dolore, senso di perdita, sradicamento o impotenza mentre ascolta un’altra persona che vive la medesima realtà. Non si tratta di trauma vicario, bensì di una realtà traumatica condivisa, capace talvolta di sfumare i confini del nostro lavoro terapeutico. A volte, ciò che rende possibile la terapia è proprio il riconoscimento che siamo entrambi esseri umani di fronte a qualcosa che ci sovrasta.

Nel libro dice che «il linguaggio è un dono che permette agli esseri umani di esprimere sentimenti e pensieri. Che questo dono diventi irrilevante, che si perda la capacità di parlare, è terrificante perché si viene ridotti ad animali». Anche il silenzio del mondo è una forma di genocidio?

Il lavoro di Gregory Stanton sulle dieci fasi del genocidio individua nella negazione la decima fase. Non è semplice mancanza di informazioni, può significare rifiutarsi di riconoscere ciò che sta accadendo anche di fronte a prove schiaccianti. Non equiparerei il silenzio in sé al genocidio – che è un processo materiale e politico di distruzione – ma il silenzio di fronte alla distruzione può favorirla, oscurare le responsabilità e normalizzare la sofferenza del nostro popolo. Uscire dall’invisibilità significa vedere la propria testimonianza creduta e la propria umanità trattata su un piano di parità.

Lei riflette anche sull’essere donna. Dopo la Nakba, sono state loro nei campi profughi a ricostruire l’identità nazionale palestinese attraverso parole, racconti e persino ricami. Esiste un legame tra le donne del passato e quelle di oggi, siano esse terapeute, poete, madri, studenti e altro ancora?

Vedo un forte legame tra le donne palestinesi del passato e quelle di oggi. Dopo la Nakba, le donne sono state tra coloro che hanno sostenuto la Palestina attraverso le forme più intime della memoria: racconti, ricami, canti, cibo, fotografie, storie familiari e la trasmissione di nomi e luoghi. Hanno preservato non solo il ricordo di ciò che era andato perduto, ma anche il legame con qualcosa che era destinato a scomparire. Trovo significativo il rapporto tra i termini arabi umm e imam. Umm significa madre, mentre imam evoca ciò che guida o funge da punto di riferimento. Questa vicinanza linguistica richiama la figura della madre come origine, come fonte, come punto da cui qualcosa ha inizio e viene portato avanti. Ma le donne palestinesi non sono mai state solo madri o custodi della tradizione. Sono state terapeute, medici, insegnanti, poete, studenti, ricercatrici, politiche. Vedo una continuità tra la donna che preservava la memoria di un villaggio attraverso un abito ricamato o un racconto e la donna di oggi che cura un paziente, insegna a un bambino, scrive o prende la parola in pubblico. Le forme possono cambiare, ma c’è qualcosa di straordinariamente costante: il rifiuto di permettere che la Palestina, la sua memoria, il suo popolo o la sua umanità scompaiano.

 

  

17 settembre 2026

CAMPAGNA PER LA LIBERAZIONE DI MARWAN BARGHOUTI E DI TUTTI I PRIGIONIERI PALESTINESI

                                                  






IL VOLANTINO SARA' DISTRIBUITO DOMENICA 20 SETTEMBRE A VICENZA DURANTE LA "SETTIMANA DELLA PACE E DEI DIRITTI UIMANI"
PRESSO I GAZEBO DI VARIE ASSOCIAZIONI AL PARCO DELLA PACE - VICENZA


10 settembre 2026

Speranza e Sumud



Opera dell'artista Sliman Mansour
recentemente scomparso


Due parole, una strada aperta oltre la prigione dell'individualismo: dai morti e dalle macerie di Gaza, dai pogrom in Cisgiordania la resistenza quotidiana di un popolo diventa una cura per noi perché la speranza non è un sentimento privato ma un dovere etico collettivo.

Capire il "Sumud" per riscoprire la nostra umanità.

«Non lasciatevi rubare la speranzai» * è una delle esortazioni più famose di Papa Francesco, pronunciata il 24 marzo 2013 durante la Messa della Domenica delle Palme in Piazza San Pietro, all'inizio del suo pontificato. La speranza è come una brace sotto la cenere, diceva il Papa, va custodita insieme e alimentata con la solidarietà per non lasciare che il mondo spenga i nostri sogni. La speranza ci esorta a non cedere al pessimismo, alla rassegnazione che rende vuota la vita.

Il maestro novarese della psichiatria mite, Eugenio Borgna, morto nel 2024 all’età di 94 anni, nel suo libro “Speranza e disperazione” * definiva la speranza come "la passione del possibile", vitale per non sprofondare nel nichilismo contemporaneo. Aggiungeva che non si spera solo per sé ma anche per gli altri e che questa postura ci libera dall’arida presenza della solitudine ed è la speranza che ci fa vivere. La speranza è ricerca del senso della vita, quando il senso viene meno e diventa disperazione.

Di fronte alle immagini di distruzione che giungono quotidianamente dalla Palestina, la prima reazione è spesso un senso di dolorosa impotenza, una seconda è il timore che la ripetizione quotidiana dell’indicibile ci cambi dentro, finisca per anestetizzare i nostri sentimenti, trasformandoci in soggetti in cui stenteremo a fatica a riconoscerci.

Un popolo intero è sottoposto all’ultima tappa, quella genocida ria, di un processo ormai centenario di frammentazione, massacro, sradicamento e negazione della propria identità. Eppure, in mezzo a lutti e macerie, è ancora capace di resistere ogni giorno attraverso una forza invisibile chiamata sumud.

Per noi occidentali, immersi in una società dominata dall'individualismo, comprendere questo concetto non è solo un dovere di umana solidarietà, è una necessità terapeutica che ci grida che la speranza non è un rifugio solitario, ma l'atto di resistenza collettiva più radicale di cui l'essere umano sia capace.

Per capire il sumud serve uno sguardo attento alla vita ordinaria di tutti i giorni dei palestinesi. Il sumud, traducibile come "fermezza" o "incrollabilità", è infatti la prassi quotidiana della sopravvivenza. Non è l'eroismo delle armi, ma quello dell'esistenza: è il contadino che coltiva i propri campi e ulivi nonostante tutti gli ostacoli che gli vengono artatamente creati; è la madre che manda i figli a scuola tra i posti di blocco; è il rifiuto ostinato di farsi cancellare dalla propria terra. Il sumud è una postura collettiva che rifiuta di adattarsi all'ingiustizia. Non si fa in solitudine: ci si appoggia gli uni agli altri per mantenere intatta l'umanità del gruppo.

L'individualismo ci sta trasformando. Ci ha convinti che la speranza sia una questione privata e che il dolore degli altri sia qualcosa da guardare dietro uno schermo protettivo. Questa separazione ci anestetizza e ci rende fragili.

Di fronte alla tragedia palestinese corriamo il rischio che la nostra indignazione si ritragga nella convinzione che "tanto non cambierà mai nulla". La nostra disperazione nasce proprio dalla continuità in apparenza inscalfibile del “Male” che viene agito e trova solido sostegno da parte coloro che dovrebbero istituzionalmente fare rispettare le leggi che, con grandi difficoltà, la comunità internazionale ha elaborato alla fine del secondo conflitto mondiale per non ripeterne le atrocità.

Siamo ancora capaci di fare tesoro delle parole di Borgna per mantenere viva e fruttuosa la nostra indignazione? Per aiutare il sumud di un popolo schiacciato dall'oppressione, dobbiamo prima attivare il nostro sumud, non facendoci colpire dal virus dell'indifferenza.

Il nostro sumud consiste nel rifiuto di lasciarci inaridire. Borgna scrive che «l'empatia è la più silenziosa delle rivoluzioni». Fare spazio all'empatia significa accettare di lasciarsi ferire dal dolore profondo degli altri, del popolo palestinese e di tutti coloro a cui la sofferenza e i lutti sono causati per biechi interessi dall’azione di

loro simili, senza cercare la fuga nella rimozione. La nostra "fermezza" si misura nella costanza dello sguardo: decidere di non voltarsi dall'altra parte quando l'orrore diventa ripetitivo. Lo sguardo dell'altro è un appello silenzioso, una supplica a non essere lasciato solo nel mondo. Curare l'individualismo significa comprendere che la distruzione della dignità di un popolo ferisce, inevitabilmente, la nostra stessa civiltà.

LA FONDAZIONE HIND RAJAB, LA MAGISTRATURA ITALIANA E IL CASO DELL’EX GENERALE IDF OFER WINTER

 


La Hind Rajab Foundation (HRF) è un'organizzazione di attivismo legale con sede a Bruxelles fondata a settembre 2024 da Dyab Abou Jahjah e intitolata a Hind Rajab, la bambina palestinese di cinque anni uccisa a Gaza con tutta la sua famiglia nel gennaio del 2024. È attiva in diversi paesi.

Il generale Ofer Winter è un noto ex comandante di brigata dell'esercito israeliano (IDF). A livello internazionale, la sua figura è fortemente controversa per via delle operazioni militari da lui guidate nella Striscia di Gaza. Tra queste figurano:

-Il "Venerdì Nero" di Rafah (2014): Durante l'operazione Margine di protezione, Winter era al comando della Brigata Givati. Il 1° agosto 2014 attivò la cosiddetta "Direttiva Annibale" a Rafah, una procedura militare che autorizzò un massiccio bombardamento a tappeto per impedire la cattura di un soldato israeliano da parte di Hamas, provocando la morte di oltre cento civili palestinesi tra cui molte donne e bambini.

-L'istigazione al genocidio: Oltre alle azioni del 2014, HRF e diverse ONG lo accusano di aver pubblicamente appoggiato e incitato alla pulizia etnica dei palestinesi e ad atti di genocidio nel corso dell’attuale conflitto a Gaza. Ofer Winter, che ha preso parte sta come volontario riservista alle operazioni militari dell’IDF nella Striscia di Gaza, ha dichiarato: “L’obiettivo finale deve essere: nessun palestinese a Gaza”.

Alla fine di agosto 2026, l'ex generale ha lanciato ufficialmente un nuovo partito politico di destra chiamato “Amcha Yisrael” (Il popolo d'Israele).

Il motivo dell'azione legale promossa da HRF in Italia è stata la diffusione della notizia a metà marzo 2026 che Ofer Winter era atteso il 31 marzo a Paestum (Salerno) per trascorrere un pacchetto-vacanze pasquale organizzato dall’agenzia turistica israeliana Pastoral Tourism. L’informazione ha spinto la HRF ad attivarsi legalmente per intercettarlo sul suolo italiano.

Il 23 marzo 2026, la HRF ha presentato formalmente la denuncia alla Procura della Repubblica di Roma. Subito dopo, Amnesty International Italia e alcuni partiti politici hanno sostenuto l'iniziativa, chiedendo al Ministro della Giustizia Carlo Nordio di intervenire per permettere l'arresto e l'apertura di un'indagine.

L'azione si sosteneva sul principio della giurisdizione universale per i crimini di guerra e sul fatto che l'Italia ha ratificato lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale e le Convenzioni di Ginevra.

Tuttavia, l'iter giudiziario che avrebbe potuto concludersi con l'arresto non hanno avuto luogo per l’annullamento del viaggio dell’ex generale a seguito del forte clamore mediatico, della mobilitazione delle associazioni pro-palestinesi (che avevano raccolto migliaia di firme) e del deposito dell'esposto.

04 agosto 2026

Da Gaza-Palestina a Supino (FR), Centro Bab El Shams di AssopacePalestina, dal 16 al 23 agosto 2026

 

A Supino, al centro Bab el Sham (la  Porta del Sole) di AssopacePalestina, dal 16 al 23 agosto 2026, 60 studentesse e studenti di Gaza, che hanno avuto borse di studio da diverse Università italiane, si incontreranno per conoscersi, scambiare idee, essere unə d’aiuto all’altrə per condividere la loro situazione, i bisogni e le necessità che hanno, le rivendicazioni da presentare al nostro governo; inoltre scambieranno con i rappresentanti italiani della società civile e dei partiti esperienze comuni diverse, per trovare insieme un percorso solidale.

Ci saranno anche momenti culturali e turistici. 

Le “Guide Turistiche per Gaza” di Roma si sono offerte di accompagnarli ad una visita a Roma, e poi ad Anagni, città storica, con un incontro con il Sindaco e la giunta comunale, e poi al mare e a un trekking sui Monti Lepini. 

Naturalmente saranno accolti dal sindaco di Supino, paese dove resteranno dal 16 al 23 agosto 2026. 

I Gazawi si sono offerti di fare una serata con la cittadinanza per far gustare la cucina palestinese che, come per l’Italia, ha grande importanza nella loro cultura. 

La serata, dalle ore 18.30, si svolgerà il giorno 19 agosto nella piazza Umberto di Supino.

AssopacePalestina è un’associazione di volontariato; i finanziamenti per le varie iniziative in Italia e in Palestina, sono fatti da donazioni volontarie. 

Potete vedere il nostro sito www.assopacepalestina.org, dove trovate anche i nostri progetti.

L’accoglienza, con vitto e alloggio per i sessanta ospiti (il viaggio per raggiungere Supino è a carico dei partecipanti) ha un costo che non possiamo permetterci. 

Probabilmente vi e ci direte: allora perché vi siete imbarcati in questa avventura?

Perché è importante accogliere e creare reti di solidarietà con giovani arrivati in Italia e che vivono i traumi di ciò che hanno vissuto. 

Oggi sono lontani dai bombardamenti, dalla distruzione, dalla fame e dalla sete che i gazawi continuano a subire, dove malgrado l’annunciata tregua, Israele continua ad uccidere bambini, uomini, donne e a radere al suolo tutto il nord e il centro di Gaza.

Ma il trauma continua per le loro famiglie ancora a Gaza, per il loro futuro in esilio, per il loro paese privato della libertà e dell’autodeterminazione.

A cosa mira questa lettera?

– A far sì che si esprima la vostra solidarietà in modo concreto.  

– Abbiamo bisogno di sostenere vitto e alloggio per 60 persone e gli spostamenti previsti per l’intera settimana. 

– L’alloggio per 42 persone è messo a disposizione da AssopacePalestina nel centro Bab El Shams, ma dovremo trovare altri 20 lettini e materassi per 20 persone. Li stiamo cercando in Ciociaria con le diverse organizzazioni sportive e altre.

– Acquistare vettovaglie per 60 persone per una settimana. Nel circondario stiamo cercando di raccogliere il cibo per almeno le colazioni e i pranzi e cioè, pomodori, latte, caffè, uova, olive, olio extra vergine, formaggi, marmellate, ma anche tonno, lenticchie, ceci, riso, cipolle, aglio, carote.

–  raccogliere fondi per le cene in pizzeria e i trasporti locali.

Potete versare il vostro contributo sul conto corrente bancario con la causale: Gazawi a Supino

Associazione Assopace Palestina ODV
BANCA ETICA
IBAN: IT55G0501803200000020001143
BIC: ETICIT22XXX

Per usufruire della detrazione fiscale, è necessario effettuare il bonifico con la dicitura “erogazione liberale” e, a seguire, l’indicazione del Progetto al quale si intende dare il contributo. Puoi scegliere di sostenere un progetto specifico tra i progetti in corso. Per la scelta dei progetti, consulta la pagina Progetti.

Un grande abbraccio, mentre vi ricordo ciò che dice Gioconda Belli (Nicaragua): “La solidarietà è la tenerezza dei popoli”.

Luisa Morgantini

Presidente AssopacePalestina   tel. 3483921465


20 luglio 2026

«Fate tutto il possibile per tirarmi fuori da questo posto»: l’appello alla libertà del dottor Hussam Abu Safiya

 

della Redazione Palestine Will Be Free,  Palestine Will Be Free, 16 luglio 2026.  

Gli appelli delle organizzazioni per i diritti umani a favore del suo rilascio non sono riusciti a dissuadere gli israeliani, che continuano ad agire in disprezzo del diritto internazionale e delle norme di comportamento umano.

Il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza, che è rinchiuso da oltre 560 giorni nelle prigioni israeliane dove si praticano stupri e torture, ha lanciato un appello urgente ai suoi avvocati, esortandoli a «fare tutto il possibile» per ottenere il suo rilascio.

«Fate tutto il possibile per tirarmi fuori da questo posto», ha detto ai suoi avvocati durante una recente visita, secondo quanto riportato da Physicians for Human Rights-Israel (PHRI).

Il dottor Abu Safiya, attualmente detenuto nella struttura sotterranea di Rakefet e sottoposto a torture incessanti, ha riferito ai suoi avvocati di essere continuamente picchiato e tenuto in isolamento.

Durante una successiva visita alla struttura di detenzione sotterranea di Rakefet, ha riferito di essere stato nuovamente picchiato dalle guardie carcerarie dopo la visita precedente e di essere stato da allora tenuto da solo in isolamento. Ha riferito di avere un dito ferito e di soffrire anche di un problema all’occhio destro, ma di non ricevere cure mediche adeguate.

Il rapporto di PHRI ha sottolineato che al medico non veniva concessa alcuna privacy durante gli incontri con i suoi avvocati: «La visita si è svolta in condizioni che non consentivano una comunicazione riservata: dietro un divisorio opaco, tramite telefono, mentre le guardie carcerarie mascherate rimanevano a portata d’orecchio».

La mancanza di privacy limita certamente la quantità di informazioni che il dottor Abu Safiya potrebbe condividere con i suoi avvocati. I suoi precedenti ricorsi al sistema giudiziario israeliano per ottenere il rilascio avevano portato a misure ancora più repressive da parte delle autorità carcerarie, in apparente rappresaglia per i suoi sforzi volti a ottenere la libertà.

Durante una visita del 2 luglio, l’avvocato del dottor Abu Safiya ha documentato gravi lesioni, segni di aggressione fisica, difficoltà respiratorie e ripetuti episodi di perdita di coscienza, sollevando timori per la sua vita.

In quell’occasione, il medico ha detto al suo avvocato: «Questa è l’ultima volta che mi vedi… Mi hanno portato qui per uccidermi».

Il dottor Abu Safiya dirigeva l’ospedale Kamal Adwan, l’ultimo ospedale funzionante nel nord di Gaza, al culmine del genocida Generals Plan di Israele nel 2024. Nonostante un assedio israeliano all’ospedale durato settimane, il dottore continuava a fornire assistenza medica a un’ondata di pazienti, nonostante la crescente barbarie israeliana. Fu rapito il 27 dicembre 2024, dopo che gli israeliani avevano costretto il personale ospedaliero a evacuare la struttura.

Da allora è rimasto in carcere, nonostante non sia mai stato incriminato. La sua innocenza, tuttavia, non ha impedito agli israeliani di sottoporlo a orrori indicibili, mentre la sua famiglia affranta teme per la sua sorte tra abusi sempre più gravi e notizie sempre più allarmanti sulle sue condizioni di salute nelle segrete israeliane.

Gli appelli delle organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani a favore del suo rilascio non sono riusciti a dissuadere gli israeliani, che continuano ad agire in disprezzo del diritto internazionale e delle norme di comportamento umano. Hanno ridotto quasi tutta Gaza in macerie, hanno ucciso centinaia di migliaia di civili innocenti, tra cui decine di migliaia di bambini, hanno decimato le infrastrutture, avvelenato i pozzi d’acqua, distrutto scuole e università, attaccato ospedali e ucciso o rapito come prima cosa i medici, stabilendo così nuovi standard di barbarie.

La loro impresa di genocidio, che comprende il massacro quotidiano di intere famiglie, persino durante un presunto «cessate il fuoco», è stata completamente normalizzata. In questa nuova normalità, le suppliche del dottor Abu Safiya si sono rivelate, finora, poco più che quelle di un umanitario impegnato che grida nel vuoto mentre viene picchiato a sangue dai genocidari israeliani finanziati dall’Occidente che imperversano sulla sua terra ancestrale.



Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen

 

di Francesca Fornario       Il Fatto Quotidiano, 6 luglio 2026.  

Hanno sparato agli affamati in fila per il cibo sterminandone duemila, ma non si può dire che è genocidio e comunque “Taylor Swift e Travis Kelce presentano il loro nuovo cagnolino”

I soldati israeliani hanno pisciato nelle culle, cagato nelle pentole, bruciato i libri, distrutto le foto del matrimonio appese al muro della casa degli sposi, fatto i selfie sculettando con la biancheria intima della sposa rubata dai cassetti sopra alla mimetica, fatto il video per mandarlo alla fidanzata, fatto il video per aumentare i follower ma non si può dire che è genocidio e comunque “Harry e Meghan con i figli Archie e Lilibet hanno incontrato re Carlo III ad Highgrove, residenza privata del sovrano nelle Cotswolds”.

I soldati israeliani hanno fatto sbranare dai cani un ragazzo disabile e lo hanno lasciato morire dissanguato trascinando via la madre che li implorava di aiutarlo ma non si può dire che è genocidio e comunque “Belen guida il motoscafo in topless, con una mano regge lo sterzo e con l’altra si copre”.

I soldati israeliani hanno tenuto i punti giocando al tiro a segno. Un giorno bisognava colpire i bambini alla testa, un giorno ai testicoli, un giorno alla rotula ma non si può dire che è genocidio e comunque Massimo Recalcati psicanalizza Michele Mari che ha vinto il premio Strega (e nessuno dei due dice che è genocidio).

Il governo israeliano blocca l’uscita da Gaza e l’ingresso ai giornalisti, ai medici e pure ai biscotti e alla marmellata perché sono troppo calorici per donne e bambini mentre il 77 per cento della popolazione soffre di gravi livelli di insicurezza alimentare e per questo la mortalità infantile è raddoppiata ma non si può dire che è genocidio e comunque Dua Lipa si è sposata in Sicilia con 150 cannoli e il gelo d’anguria con i fiori di gelsomino cristallizzati raccolti alle 5 del mattino.

Hanno sparato agli affamati in fila ai punti di distribuzione cibo sterminandone duemila, hanno distrutto la rete idrica costringendo i sopravvissuti a campare con 6 litri a testa quando, per l’OMS, per garantire l’igiene ne servono tra i 50 e 100 ma non si può dire che è genocidio e comunque “Taylor Swift e Travis Kelce presentano il loro nuovo cagnolino decidendo però di mantenere il riserbo sui dettagli più intimi” (Boh, Tgcom24 li chiama così).

Hanno crivellato di colpi l’auto a bordo della quale una famiglia tentava di mettersi in salvo, crivellato di colpi l’ambulanza che andava a soccorrere la bambina unica sopravvissuta nell’abitacolo sotto i corpi insanguinati degli zii, crivellato di colpi l’abitacolo per ammazzare la bambina sopravvissuta ma non si può dire che è genocidio e comunque Prada propone delle ciabatte in rafia dalle tonalità beige impreziosite dall’iconico logo a triangolo con finiture in pelle.

Hanno colpito 36 ospedali su 36 ospedali funzionanti, lasciato morire i neonati nelle incubatrici dopo aver staccato la corrente, ucciso oltre 1500 medici e infermieri arrestandone decine senza processo e capo d’accusa, ammassandoli nelle carceri dove i prigionieri vengono sistematicamente torturati e stuprati con oggetti appuntiti infilati nell’ano fino a lesionare gli organi interni, nelle carceri dove sono detenuti oltre 300 bambini per terrorismo in virtù della legge che considera terrorista il bambino che lancia una pietra al tank che sta occupando il suo villaggio ma non si può dire che è genocidio e comunque Tarantino lascia la regia e torna a fare l’attore con Kylie Minogue.

Hanno fermato le ambulanze, fatto scendere i paramedici disarmati, li hanno uccisi uno dopo l’altro, li hanno seppelliti tutti e quindici con le loro ambulanze sotto la sabbia ma non si può dire che è genocidio e comunque Sinner blocca i crampi col succo di cetriolini.

Hanno raso al suolo intere città, scuole, chiese, moschee, campi da calcio, caffè in riva al mare, occupato militarmente quasi il 70 per cento della Striscia, distrutto tutte le università, costretto il 90 per cento della popolazione a vivere nelle tende, dato fuoco alle tende, ucciso oltre 72mila persone 21 mila delle quali bambini ma non si può dire che è genocidio e comunque quest’estate puoi rimpinguare le ciglia con ciuffetti monouso per valorizzare l’occhio senza appesantirle.

Hanno sparato ai pescatori perché pescavano, ai giornalisti perché facevano i giornalisti uccidendone a centinaia con esecuzioni mirate ma non si può dire che è genocidio e comunque è l’anno del Cavallo di Fuoco nel calendario dell’oroscopo cinese e le questioni pratiche, in particolare legate alla casa e alla famiglia, creano tensioni ma solo se sei Bilancia.

Hanno fatto sorvolare in piena notte gli accampamenti degli sfollati da droni che emettevano gemiti di neonati e latrati di cani così da far uscire fuori la gente terrorizzata per poi colpirla ma non si può dire che è genocidio e comunque esce il nuovo singolo di Beyoncè.

Hanno bombardato a tappeto il Libano, occupato il Sud del paese, raso al suolo villaggi, costretto un milione alla fuga, ucciso dal 7 ottobre oltre mille palestinesi in Cisgiordania dove non c’è Hamas, arrestato, in Cisgiordania, un palestinese su quattro nell’arco della sua vita e anche lì raso al suolo villaggi e sgozzato le pecore e tagliato gli ulivi e menato le suore e sparato ai preti e minacciato con le armi i carabinieri italiani e i deputati americani e torturato e sequestrato gli attivisti internazionali, i parlamentari europei, i medici e i giornalisti da tutto il mondo e hanno instaurato un sistema di apartheid e presentato i piani di pulizia etnica con i video fatti con l’AI dove al posto delle case dei palestinesi c’erano i resort di lusso e i casinò e Trump e Netanyahu a passeggio sul lungomare ma non si può dire che è genocidio e nemmeno si possono interrompere i rapporti militari e commerciali e strategici con Israele e nemmeno si può smettere di vendere le armi a Israele e si può solo sanzionare 20 ma meglio 21 volte Putin perché ha invaso l’Ucraina ma zero volte Israele che ha invaso la Palestina, il Libano, la Siria, ha bombardato sei stati sovrani con le armi di Trump che sanziona i giudici internazionali e l’ONU e chiunque abbia il coraggio di dire Genocidio e di denunciare l’Apartheid e comunque Giorgia Meloni, che non dice Genocidio e non riconosce la Palestina e non sanziona Israele e aumenta le spese militari come le chiede di fare Trump, veste Cucinelli che odia il verde e ama i colori pastello e non dice genocidio; Giorgia Meloni che promette il pugno duro contro i maranza, contro i migranti irregolari, contro gli Antifa ma non muove un dito contro gli assassini israeliani e americani va dal parrucchiere di Mara Carfagna e Elisabetta Gregoraci a fare il long bob biondo mielato col balayage.

E due cose studieranno i posteri: come è stato possibile, e come è stato possibile che noi giornalisti parlassimo prevalentemente d’altro. “Si vede che puntavano tutti al Premio Strega”.


04 maggio 2026

Video. Un prigioniero palestinese rilasciato in condizioni fisiche e mentali da renderlo irriconoscibile

 

28 aprile 2026

Un tempo muscoloso e forte, il bodybuilder palestinese Moazzaz Obaiyat, dopo nove mesi di detenzione in Israele, al momento del suo rilascio a luglio non era più in grado di camminare senza assistenza. Poi, durante un’irruzione nella sua abitazione avvenuta all’alba di ottobre, i soldati lo hanno arrestato nuovamente.

La sua triste e scandalosa vicenda in questo video di 4 min 20”:


https://youtu.be/bEr_wmJVkUQ?si=B6XDunsn0o0gJen0


29 aprile 2026

Organizzazione Mondiale della Sanità: «17.000 infezioni legate a roditori e parassiti tra gli sfollati di Gaza»

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) riferisce che dall’inizio dell’anno sono state registrate oltre 17.000 infezioni legate a roditori e parassiti esterni tra gli sfollati palestinesi nella Striscia di Gaza, mentre il deterioramento delle condizioni di vita e la distruzione del sistema sanitario continuano ad aggravare la crisi umanitaria causata dall’attacco israeliano in corso.

In una dichiarazione ufficiale, l’OMS ha affermato che “le condizioni disperate e pericolose a Gaza continuano a ostacolare gli sforzi di recupero”, segnalando un forte aumento delle malattie trasmissibili tra le famiglie sfollate che non hanno accesso ad acqua potabile, servizi igienico-sanitari e cure mediche di base.

L’organizzazione ha avvertito che il settore sanitario di Gaza non è in grado di rispondere in modo efficace a causa della grave carenza di forniture, attrezzature e capacità di laboratorio.

L’OMS ha stimato i danni al sistema sanitario di Gaza in 1,4 miliardi di dollari, confermando che oltre 1.800 strutture mediche sono state parzialmente o completamente distrutte.

La distruzione coinvolge i principali ospedali come Al-Shifa nella città di Gaza, nonché centri di assistenza primaria, cliniche, farmacie e laboratori, lasciando la popolazione praticamente senza infrastrutture mediche funzionanti.

La nuova rappresentante dell’organizzazione nei territori palestinesi occupati, Rienhelde Van de Weerdt, ha descritto la devastazione di cui è stata testimone durante la sua prima visita a Gaza.

«Nulla ti prepara alla portata della distruzione», ha affermato, aggiungendo che leggere i rapporti «non è paragonabile a trovarsi per le strade circondati da cumuli di macerie alti diversi metri».

Van de Weerdt ha confermato che da gennaio sono stati documentati oltre 17.000 casi di infezioni legate a roditori e parassiti tra i palestinesi sfollati. Ha aggiunto che oltre l’80% dei siti di sfollamento ha segnalato malattie cutanee diffuse, causate dal sovraffollamento, dall’assenza di servizi igienico-sanitari e dal collasso dei servizi di base.

Ha sottolineato che l’OMS e i suoi partner hanno urgente bisogno di portare attrezzature di laboratorio e forniture mediche per identificare e monitorare le malattie che si stanno diffondendo nella Striscia.

Tuttavia, ha affermato che questi materiali non vengono ammessi a Gaza a causa del blocco israeliano in corso, che continua a limitare l’ingresso di beni umanitari essenziali.

Van de Weerdt ha sottolineato che la situazione deve cambiare, chiedendo la protezione degli operatori sanitari, l’ingresso di medicinali e forniture di base e la rimozione delle restrizioni che impediscono il funzionamento del sistema sanitario.

Ha avvertito che, senza un intervento immediato, le malattie prevenibili continueranno a diffondersi tra le famiglie sfollate che vivono in rifugi insicuri e sovraffollati.

https://imemc.org/article/who-17000-infections-among-gaza-displaced

Traduzione a cura di AssopacePalestina






INIZIATIVE IN SOLIDARIETA' CON IL POPOLO PALESTINESE

 






25 marzo 2026

La tortura messa a sistema: l’ultimo rapporto di Francesca Albanese

 

Si intitola “Tortura e genocidio” e documenta le torture sistematiche
sui palestinesi da parte di Israele. 
da Redazione Kritica, 23 marzo 2026.

Oggi 23 marzo a Ginevra, la Relatrice Speciale sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati dal 1967 Francesca Albanese presenterà il suo ultimo report. Si intitola “Tortura e genocidio” e documenta l’uso sistematico delle torture da parte del regime israeliano nei confronti delle popolazioni palestinesi.

Come si legge nella sintesi: “Questo rapporto esamina l’uso sistematico della tortura da parte di Israele contro i palestinesi nel Territorio Palestinese Occupato, a partire dal 7 ottobre 2023, considerando pratiche sia detentive che non, le quali raggiungono la soglia per configurare il crimine di genocidio ai sensi della Convenzione sul Genocidio.

Documenta come la tortura sia divenuta parte integrante del dominio e delle punizioni inflitte a uomini, donne e bambini, sia attraverso abusi in detenzione sia mediante una campagna incessante di sfollamento forzato, uccisioni di massa, privazione e distruzione di tutti i mezzi di sussistenza, al fine di infliggere dolore e sofferenza collettivi sul lungo periodo. Viene imposto un regime perpetuo e territorialmente pervasivo di terrore psicologico, progettato per spezzare i corpi, privare un popolo della propria dignità e costringerlo ad abbandonare la propria terra.

Questa non è violenza incidentale. È l’architettura del colonialismo di insediamento, costruito sulla disumanizzazione e mantenuto da politiche di crudeltà e tortura collettiva.”

Qui il testo completo



Riportiamo di seguito le conclusioni e le raccomandazioni del rapporto:

Conclusioni

Dall’ottobre 2023, la tortura sistematica dei palestinesi è diventata parte integrante del genocidio coloniale-colonialista di Israele, fungendo da strumento di violenza annientatrice diretta contro i palestinesi in quanto popolo. Quando la tortura viene perpetrata su un intero territorio, contro una popolazione in quanto tale, e sostenuta da politiche che distruggono le condizioni di vita, l’intento genocida è evidente.

Questo rapporto ne sfiora solo la superficie. Esso colloca la tortura in un quadro più ampio di politiche e pratiche sia detentive che non detentive, in cui l’inflizione di un danno collettivo a lungo termine riflette uno sforzo concertato per controllare e cancellare un popolo: distruggendo le condizioni di vita di base, spezzando i legami sociali e la resistenza collettiva e, in ultima analisi, costringendo i palestinesi ad abbandonare la loro terra per sostituirli con i coloni.

Durante la detenzione, i prigionieri palestinesi sono stati sottoposti ad abusi fisici e psicologici eccezionalmente spietati, su una scala e con un’intensità senza precedenti nella storia della Palestina/Israele. Pestaggi brutali, violenza sessuale, stupri, maltrattamenti letali, fame e la privazione sistematica delle condizioni umane più elementari hanno inflitto cicatrici profonde e durature sui corpi e sulle menti di decine di migliaia di palestinesi e dei loro cari. Queste pratiche dimostrano che il sistema di detenzione israeliano è degenerato in un regime di umiliazione, coercizione e terrore sistematici e diffusi, volto a privare i palestinesi non solo della loro libertà, ma anche della loro dignità, identità e persino del più elementare senso di umanità. Lungi dall’essere eccessi isolati, tali comportamenti sono stati istituzionalizzati all’interno delle strutture di detenzione sostenute politicamente dalle autorità israeliane e pubblicamente giustificate, o addirittura celebrate, da alcuni segmenti della società.

Oltre alla detenzione, i palestinesi sono sottoposti a condizioni che, cumulativamente, infliggono gravi sofferenze fisiche e psicologiche collettive: uccisioni di massa, sfollamenti di massa, distruzione di massa di case e infrastrutture, fame di massa, privazioni di massa, compresa l’assistenza medica essenziale, e la costante esposizione alla violenza e all’umiliazione senza possibilità di riparazione. In questo ambiente tortuoso, la distruzione intenzionale delle condizioni necessarie alla vita rende l’esistenza quotidiana un calvario di stanchezza, traumi e precarietà.

Prendendo di mira l’intera popolazione, su tutto il territorio occupato, attraverso una serie di comportamenti, il genocidio è diventato la forma estrema di tortura: continua, generazionale e collettiva. Nel loro insieme, queste politiche consolidano un sistema globale di distruzione calcolato per infliggere sofferenza permanente ai palestinesi, annientare la vita quotidiana e creare un ambiente di angoscia prolungata, come confermato dalle testimonianze che descrivono l’erosione irreversibile della fiducia, dell’identità e del senso di appartenenza causata dalla tortura e dal suo impatto duraturo sulle famiglie. Queste pratiche sono progettate per infliggere danno e cancellare una volta per tutte il diritto palestinese all’autodeterminazione, erodendo la possibilità di continuità politica, culturale e territoriale. Non c’è dubbio che ciò costituisca sia l’inflizione di gravi danni fisici e mentali ai sensi dell’articolo II(b) della Convenzione sul Genocidio, sia una tortura intenzionale e collettiva.

Sebbene la disumanizzazione dei palestinesi sia antecedente alle nomine di Ben-Gvir, Smotrich e Katz nel governo, questi politici ora presiedono e danno la direzione politica alle politiche alla base delle conclusioni di questo rapporto. Qualsiasi ricerca credibile di giustizia deve affrontare la tortura non come un crimine isolato, ma come un pilastro fondamentale di un progetto genocida volto alla completa cancellazione – distruzione fisica e psicologica, sfollamento e sostituzione – del popolo palestinese.

Raccomandazioni

Ricordando le sue precedenti 58 raccomandazioni, la Relatrice Speciale raccomanda inoltre che:

Israele dovrebbe:

Cessare immediatamente tutti gli atti di tortura e maltrattamento del popolo palestinese nell’ambito del genocidio in corso, sia in stato di detenzione che fuori da esso. Ciò richiede, come precondizione fondamentale, lo smantellamento del regime di apartheid mantenuto nei territori palestinesi occupati, che la Corte Internazionale di Giustizia e l’Assemblea Generale hanno giudicato in violazione del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Questo processo deve iniziare con la fine immediata della presenza illegale di Israele nel territorio, insieme alla responsabilità, al pieno risarcimento, alle garanzie di non ripetizione e alle misure per preservare la memoria attraverso una riforma istituzionale ed educativa.

Gli Stati membri dovrebbero:

Rispettare l’obbligo di non partecipare né essere complici dei crimini israeliani, e invece prevenire e affrontare le gravi violazioni del diritto internazionale, in particolare quelle previste dalla Carta delle Nazioni Unite e dalla Convenzione sul Genocidio, e garantire che gli atti di genocidio, tortura e maltrattamenti siano oggetto di indagini e perseguiti.

Potenziare i meccanismi e le risorse per la raccolta di prove ai fini dei procedimenti penali, chiarire la sorte e l’ubicazione di tutti i palestinesi scomparsi e garantire che Israele fornisca adeguati risarcimenti alle vittime palestinesi. Attivare meccanismi di giurisdizione universale per processare individui e persone giuridiche sospettati di coinvolgimento in gravi violazioni e altri crimini internazionali, inclusi il genocidio e la tortura.

I programmi di sostegno psicosociale per i sopravvissuti, in particolare gli ex prigionieri e i sopravvissuti alla tortura e alla violenza sessuale, dovrebbero essere finanziati a livello internazionale, ad esempio tramite lo stanziamento del Fondo Volontario delle Nazioni Unite per le vittime della tortura a favore delle ONG palestinesi, e dovrebbero facilitare il trasferimento dei sopravvissuti verso stati terzi.

All’Ufficio del Procuratore della Corte Penale Internazionale:

Indagare e perseguire gli atti di genocidio, tortura e maltrattamenti e, in questo contesto, richiedere immediatamente mandati di arresto per i funzionari israeliani, in particolare Ben-Gvir, Katz e Smotrich, sospettati di aver perpetrato e/o ordinato i crimini atroci descritti in questo rapporto, nonché per il Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano e gli alti funzionari dell’IPS responsabili dei centri di detenzione.

30 gennaio 2026

C’è un “Mandela” in Palestina

 


di Carlo Ruggiero, Collettiva, 28 gennaio 2026.    

Fadwa Barghouti, moglie di Marwan che è da 24 anni nelle carceri israeliane: “È un prigioniero politico, ma è l’unico che può portare la pace in Medio Oriente”.

In occasione della Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese del 29 novembre scorso, è stata rilanciata la campagna internazionale per la liberazione di Marwan Barghouti, che si ispira esplicitamente alla mobilitazione mondiale che portò alla liberazione di Nelson Mandela in Sudafrica.

Barghouti è nelle carceri israeliane da 24 anni. Dopo il fallimento degli accordi di Oslo e l’inizio della seconda Intifada del 2000, ha guidato la resistenza armata come capo del Tanzim, il braccio armato di al-Fatah. Il 15 aprile 2002 Israele lo ha catturato e imputato di omicidio con finalità terroristiche. Durante il processo Barghouti ha rifiutato di riconoscere la legittimità del tribunale israeliano e di difendersi. Il 20 maggio 2004 è stato condannato a cinque ergastoli, accuse che ha sempre respinto dichiarando la propria innocenza.

Nei sondaggi d’opinione Barghouti è sempre risultato il politico palestinese più popolare. Secondo molti osservatori internazionali sarebbe oggi l’unica personalità in grado di unire il suo popolo e sedersi a un tavolo per ottenere una pace solida e duratura con Israele. Sua moglie Fadwa è un’avvocata e da oltre due decenni continua a chiedere senza sosta la sua liberazione.

Innanzitutto, come sta suo marito?
Marwan è in isolamento da oltre due anni, cioè dall’inizio della guerra del 7 ottobre. Gli è interdetta qualsiasi visita familiare e sono proibite anche le visite da parte della Croce Rossa internazionale e degli avvocati, che non riescono a incontrarlo se non ogni tre o quattro mesi. Ventiquattro anni fa è stato il primo rappresentante eletto del popolo palestinese a essere rapito. Marwan ha rifiutato di riconoscere la legittimità della Corte israeliana e di dare fondatezza all’idea che i parlamentari palestinesi non siano rappresentanti del popolo e possano essere criminalizzati per questo. Negli ultimi due anni, poi, in quanto simbolo della causa palestinese, è stato esposto a sette diverse aggressioni, tanto violente da causare la frattura di diverse costole e di un piede. Anche sul suo volto e sulla sua fronte sono visibili i segni delle percosse. Tutte queste violenze sono avvenute durante il trasporto da un luogo di detenzione all’altro, cioè da una cella di isolamento all’altra, affinché non avvenissero all’interno delle carceri e quindi fossero più facili da nascondere. Tutto questo su ordine diretto di Ben Gvir, ministro per la Sicurezza interna dello stato sionista d’Israele.

Il 29 novembre, da Londra, avete rilanciato la campagna internazionale “Free Palestine, Free Marwan”. Quali sono i numeri e la situazione dei prigionieri politici palestinesi?

articolo completo

https://www.collettiva.it/copertine/internazionale/ce-un-mandela-in-palestina-foyzsxb4