| Opera dell'artista Sliman Mansour recentemente scomparso |
Capire il "Sumud" per riscoprire la nostra umanità.
«Non lasciatevi rubare la speranzai» * è una delle esortazioni più famose di Papa Francesco, pronunciata il 24 marzo 2013 durante la Messa della Domenica delle Palme in Piazza San Pietro, all'inizio del suo pontificato. La speranza è come una brace sotto la cenere, diceva il Papa, va custodita insieme e alimentata con la solidarietà per non lasciare che il mondo spenga i nostri sogni. La speranza ci esorta a non cedere al pessimismo, alla rassegnazione che rende vuota la vita.
Il maestro novarese della psichiatria mite, Eugenio Borgna, morto nel 2024 all’età di 94 anni, nel suo libro “Speranza e disperazione” * definiva la speranza come "la passione del possibile", vitale per non sprofondare nel nichilismo contemporaneo. Aggiungeva che non si spera solo per sé ma anche per gli altri e che questa postura ci libera dall’arida presenza della solitudine ed è la speranza che ci fa vivere. La speranza è ricerca del senso della vita, quando il senso viene meno e diventa disperazione.
Di fronte alle immagini di distruzione che giungono quotidianamente dalla Palestina, la prima reazione è spesso un senso di dolorosa impotenza, una seconda è il timore che la ripetizione quotidiana dell’indicibile ci cambi dentro, finisca per anestetizzare i nostri sentimenti, trasformandoci in soggetti in cui stenteremo a fatica a riconoscerci.
Un popolo intero è sottoposto all’ultima tappa, quella genocida ria, di un processo ormai centenario di frammentazione, massacro, sradicamento e negazione della propria identità. Eppure, in mezzo a lutti e macerie, è ancora capace di resistere ogni giorno attraverso una forza invisibile chiamata sumud.
Per noi occidentali, immersi in una società dominata dall'individualismo, comprendere questo concetto non è solo un dovere di umana solidarietà, è una necessità terapeutica che ci grida che la speranza non è un rifugio solitario, ma l'atto di resistenza collettiva più radicale di cui l'essere umano sia capace.
Per capire il sumud serve uno sguardo attento alla vita ordinaria di tutti i giorni dei palestinesi. Il sumud, traducibile come "fermezza" o "incrollabilità", è infatti la prassi quotidiana della sopravvivenza. Non è l'eroismo delle armi, ma quello dell'esistenza: è il contadino che coltiva i propri campi e ulivi nonostante tutti gli ostacoli che gli vengono artatamente creati; è la madre che manda i figli a scuola tra i posti di blocco; è il rifiuto ostinato di farsi cancellare dalla propria terra. Il sumud è una postura collettiva che rifiuta di adattarsi all'ingiustizia. Non si fa in solitudine: ci si appoggia gli uni agli altri per mantenere intatta l'umanità del gruppo.
L'individualismo ci sta trasformando. Ci ha convinti che la speranza sia una questione privata e che il dolore degli altri sia qualcosa da guardare dietro uno schermo protettivo. Questa separazione ci anestetizza e ci rende fragili.
Di fronte alla tragedia palestinese corriamo il rischio che la nostra indignazione si ritragga nella convinzione che "tanto non cambierà mai nulla". La nostra disperazione nasce proprio dalla continuità in apparenza inscalfibile del “Male” che viene agito e trova solido sostegno da parte coloro che dovrebbero istituzionalmente fare rispettare le leggi che, con grandi difficoltà, la comunità internazionale ha elaborato alla fine del secondo conflitto mondiale per non ripeterne le atrocità.
Siamo ancora capaci di fare tesoro delle parole di Borgna per mantenere viva e fruttuosa la nostra indignazione? Per aiutare il sumud di un popolo schiacciato dall'oppressione, dobbiamo prima attivare il nostro sumud, non facendoci colpire dal virus dell'indifferenza.
Il nostro sumud consiste nel rifiuto di lasciarci inaridire. Borgna scrive che «l'empatia è la più silenziosa delle rivoluzioni». Fare spazio all'empatia significa accettare di lasciarsi ferire dal dolore profondo degli altri, del popolo palestinese e di tutti coloro a cui la sofferenza e i lutti sono causati per biechi interessi dall’azione di
loro simili, senza cercare la fuga nella rimozione. La nostra "fermezza" si misura nella costanza dello sguardo: decidere di non voltarsi dall'altra parte quando l'orrore diventa ripetitivo. Lo sguardo dell'altro è un appello silenzioso, una supplica a non essere lasciato solo nel mondo. Curare l'individualismo significa comprendere che la distruzione della dignità di un popolo ferisce, inevitabilmente, la nostra stessa civiltà.