10 settembre 2026

Speranza e Sumud



Opera dell'artista Sliman Mansour
recentemente scomparso


Due parole, una strada aperta oltre la prigione dell'individualismo: dai morti e dalle macerie di Gaza, dai pogrom in Cisgiordania la resistenza quotidiana di un popolo diventa una cura per noi perché la speranza non è un sentimento privato ma un dovere etico collettivo.

Capire il "Sumud" per riscoprire la nostra umanità.

«Non lasciatevi rubare la speranzai» * è una delle esortazioni più famose di Papa Francesco, pronunciata il 24 marzo 2013 durante la Messa della Domenica delle Palme in Piazza San Pietro, all'inizio del suo pontificato. La speranza è come una brace sotto la cenere, diceva il Papa, va custodita insieme e alimentata con la solidarietà per non lasciare che il mondo spenga i nostri sogni. La speranza ci esorta a non cedere al pessimismo, alla rassegnazione che rende vuota la vita.

Il maestro novarese della psichiatria mite, Eugenio Borgna, morto nel 2024 all’età di 94 anni, nel suo libro “Speranza e disperazione” * definiva la speranza come "la passione del possibile", vitale per non sprofondare nel nichilismo contemporaneo. Aggiungeva che non si spera solo per sé ma anche per gli altri e che questa postura ci libera dall’arida presenza della solitudine ed è la speranza che ci fa vivere. La speranza è ricerca del senso della vita, quando il senso viene meno e diventa disperazione.

Di fronte alle immagini di distruzione che giungono quotidianamente dalla Palestina, la prima reazione è spesso un senso di dolorosa impotenza, una seconda è il timore che la ripetizione quotidiana dell’indicibile ci cambi dentro, finisca per anestetizzare i nostri sentimenti, trasformandoci in soggetti in cui stenteremo a fatica a riconoscerci.

Un popolo intero è sottoposto all’ultima tappa, quella genocida ria, di un processo ormai centenario di frammentazione, massacro, sradicamento e negazione della propria identità. Eppure, in mezzo a lutti e macerie, è ancora capace di resistere ogni giorno attraverso una forza invisibile chiamata sumud.

Per noi occidentali, immersi in una società dominata dall'individualismo, comprendere questo concetto non è solo un dovere di umana solidarietà, è una necessità terapeutica che ci grida che la speranza non è un rifugio solitario, ma l'atto di resistenza collettiva più radicale di cui l'essere umano sia capace.

Per capire il sumud serve uno sguardo attento alla vita ordinaria di tutti i giorni dei palestinesi. Il sumud, traducibile come "fermezza" o "incrollabilità", è infatti la prassi quotidiana della sopravvivenza. Non è l'eroismo delle armi, ma quello dell'esistenza: è il contadino che coltiva i propri campi e ulivi nonostante tutti gli ostacoli che gli vengono artatamente creati; è la madre che manda i figli a scuola tra i posti di blocco; è il rifiuto ostinato di farsi cancellare dalla propria terra. Il sumud è una postura collettiva che rifiuta di adattarsi all'ingiustizia. Non si fa in solitudine: ci si appoggia gli uni agli altri per mantenere intatta l'umanità del gruppo.

L'individualismo ci sta trasformando. Ci ha convinti che la speranza sia una questione privata e che il dolore degli altri sia qualcosa da guardare dietro uno schermo protettivo. Questa separazione ci anestetizza e ci rende fragili.

Di fronte alla tragedia palestinese corriamo il rischio che la nostra indignazione si ritragga nella convinzione che "tanto non cambierà mai nulla". La nostra disperazione nasce proprio dalla continuità in apparenza inscalfibile del “Male” che viene agito e trova solido sostegno da parte coloro che dovrebbero istituzionalmente fare rispettare le leggi che, con grandi difficoltà, la comunità internazionale ha elaborato alla fine del secondo conflitto mondiale per non ripeterne le atrocità.

Siamo ancora capaci di fare tesoro delle parole di Borgna per mantenere viva e fruttuosa la nostra indignazione? Per aiutare il sumud di un popolo schiacciato dall'oppressione, dobbiamo prima attivare il nostro sumud, non facendoci colpire dal virus dell'indifferenza.

Il nostro sumud consiste nel rifiuto di lasciarci inaridire. Borgna scrive che «l'empatia è la più silenziosa delle rivoluzioni». Fare spazio all'empatia significa accettare di lasciarsi ferire dal dolore profondo degli altri, del popolo palestinese e di tutti coloro a cui la sofferenza e i lutti sono causati per biechi interessi dall’azione di

loro simili, senza cercare la fuga nella rimozione. La nostra "fermezza" si misura nella costanza dello sguardo: decidere di non voltarsi dall'altra parte quando l'orrore diventa ripetitivo. Lo sguardo dell'altro è un appello silenzioso, una supplica a non essere lasciato solo nel mondo. Curare l'individualismo significa comprendere che la distruzione della dignità di un popolo ferisce, inevitabilmente, la nostra stessa civiltà.

LA FONDAZIONE HIND RAJAB, LA MAGISTRATURA ITALIANA E IL CASO DELL’EX GENERALE IDF OFER WINTER

 


La Hind Rajab Foundation (HRF) è un'organizzazione di attivismo legale con sede a Bruxelles fondata a settembre 2024 da Dyab Abou Jahjah e intitolata a Hind Rajab, la bambina palestinese di cinque anni uccisa a Gaza con tutta la sua famiglia nel gennaio del 2024. È attiva in diversi paesi.

Il generale Ofer Winter è un noto ex comandante di brigata dell'esercito israeliano (IDF). A livello internazionale, la sua figura è fortemente controversa per via delle operazioni militari da lui guidate nella Striscia di Gaza. Tra queste figurano:

-Il "Venerdì Nero" di Rafah (2014): Durante l'operazione Margine di protezione, Winter era al comando della Brigata Givati. Il 1° agosto 2014 attivò la cosiddetta "Direttiva Annibale" a Rafah, una procedura militare che autorizzò un massiccio bombardamento a tappeto per impedire la cattura di un soldato israeliano da parte di Hamas, provocando la morte di oltre cento civili palestinesi tra cui molte donne e bambini.

-L'istigazione al genocidio: Oltre alle azioni del 2014, HRF e diverse ONG lo accusano di aver pubblicamente appoggiato e incitato alla pulizia etnica dei palestinesi e ad atti di genocidio nel corso dell’attuale conflitto a Gaza. Ofer Winter, che ha preso parte sta come volontario riservista alle operazioni militari dell’IDF nella Striscia di Gaza, ha dichiarato: “L’obiettivo finale deve essere: nessun palestinese a Gaza”.

Alla fine di agosto 2026, l'ex generale ha lanciato ufficialmente un nuovo partito politico di destra chiamato “Amcha Yisrael” (Il popolo d'Israele).

Il motivo dell'azione legale promossa da HRF in Italia è stata la diffusione della notizia a metà marzo 2026 che Ofer Winter era atteso il 31 marzo a Paestum (Salerno) per trascorrere un pacchetto-vacanze pasquale organizzato dall’agenzia turistica israeliana Pastoral Tourism. L’informazione ha spinto la HRF ad attivarsi legalmente per intercettarlo sul suolo italiano.

Il 23 marzo 2026, la HRF ha presentato formalmente la denuncia alla Procura della Repubblica di Roma. Subito dopo, Amnesty International Italia e alcuni partiti politici hanno sostenuto l'iniziativa, chiedendo al Ministro della Giustizia Carlo Nordio di intervenire per permettere l'arresto e l'apertura di un'indagine.

L'azione si sosteneva sul principio della giurisdizione universale per i crimini di guerra e sul fatto che l'Italia ha ratificato lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale e le Convenzioni di Ginevra.

Tuttavia, l'iter giudiziario che avrebbe potuto concludersi con l'arresto non hanno avuto luogo per l’annullamento del viaggio dell’ex generale a seguito del forte clamore mediatico, della mobilitazione delle associazioni pro-palestinesi (che avevano raccolto migliaia di firme) e del deposito dell'esposto.

04 agosto 2026

Da Gaza-Palestina a Supino (FR), Centro Bab El Shams di AssopacePalestina, dal 16 al 23 agosto 2026

 

A Supino, al centro Bab el Sham (la  Porta del Sole) di AssopacePalestina, dal 16 al 23 agosto 2026, 60 studentesse e studenti di Gaza, che hanno avuto borse di studio da diverse Università italiane, si incontreranno per conoscersi, scambiare idee, essere unə d’aiuto all’altrə per condividere la loro situazione, i bisogni e le necessità che hanno, le rivendicazioni da presentare al nostro governo; inoltre scambieranno con i rappresentanti italiani della società civile e dei partiti esperienze comuni diverse, per trovare insieme un percorso solidale.

Ci saranno anche momenti culturali e turistici. 

Le “Guide Turistiche per Gaza” di Roma si sono offerte di accompagnarli ad una visita a Roma, e poi ad Anagni, città storica, con un incontro con il Sindaco e la giunta comunale, e poi al mare e a un trekking sui Monti Lepini. 

Naturalmente saranno accolti dal sindaco di Supino, paese dove resteranno dal 16 al 23 agosto 2026. 

I Gazawi si sono offerti di fare una serata con la cittadinanza per far gustare la cucina palestinese che, come per l’Italia, ha grande importanza nella loro cultura. 

La serata, dalle ore 18.30, si svolgerà il giorno 19 agosto nella piazza Umberto di Supino.

AssopacePalestina è un’associazione di volontariato; i finanziamenti per le varie iniziative in Italia e in Palestina, sono fatti da donazioni volontarie. 

Potete vedere il nostro sito www.assopacepalestina.org, dove trovate anche i nostri progetti.

L’accoglienza, con vitto e alloggio per i sessanta ospiti (il viaggio per raggiungere Supino è a carico dei partecipanti) ha un costo che non possiamo permetterci. 

Probabilmente vi e ci direte: allora perché vi siete imbarcati in questa avventura?

Perché è importante accogliere e creare reti di solidarietà con giovani arrivati in Italia e che vivono i traumi di ciò che hanno vissuto

Oggi sono lontani dai bombardamenti, dalla distruzione, dalla fame e dalla sete che i gazawi continuano a subire, dove malgrado l’annunciata tregua, Israele continua ad uccidere bambini, uomini, donne e a radere al suolo tutto il nord e il centro di Gaza.

Ma il trauma continua per le loro famiglie ancora a Gaza, per il loro futuro in esilio, per il loro paese privato della libertà e dell’autodeterminazione.

A cosa mira questa lettera?

– A far sì che si esprima la vostra solidarietà in modo concreto.  

– Abbiamo bisogno di sostenere vitto e alloggio per 60 persone e gli spostamenti previsti per l’intera settimana. 

– L’alloggio per 42 persone è messo a disposizione da AssopacePalestina nel centro Bab El Shams, ma dovremo trovare altri 20 lettini e materassi per 20 persone. Li stiamo cercando in Ciociaria con le diverse organizzazioni sportive e altre.

– Acquistare vettovaglie per 60 persone per una settimana. Nel circondario stiamo cercando di raccogliere il cibo per almeno le colazioni e i pranzi e cioè, pomodori, latte, caffè, uova, olive, olio extra vergine, formaggi, marmellate, ma anche tonno, lenticchie, ceci, riso, cipolle, aglio, carote.

–  raccogliere fondi per le cene in pizzeria e i trasporti locali.

Potete versare il vostro contributo sul conto corrente bancario con la causale: Gazawi a Supino

Associazione Assopace Palestina ODV
BANCA ETICA
IBAN: IT55G0501803200000020001143
BIC: ETICIT22XXX

Per usufruire della detrazione fiscale, è necessario effettuare il bonifico con la dicitura “erogazione liberale” e, a seguire, l’indicazione del Progetto al quale si intende dare il contributo. Puoi scegliere di sostenere un progetto specifico tra i progetti in corso. Per la scelta dei progetti, consulta la pagina Progetti.

Un grande abbraccio, mentre vi ricordo ciò che dice Gioconda Belli (Nicaragua): “La solidarietà è la tenerezza dei popoli”.

Luisa Morgantini

Presidente AssopacePalestina   tel. 3483921465


20 luglio 2026

«Fate tutto il possibile per tirarmi fuori da questo posto»: l’appello alla libertà del dottor Hussam Abu Safiya

 

della Redazione Palestine Will Be Free,  Palestine Will Be Free, 16 luglio 2026.  

Gli appelli delle organizzazioni per i diritti umani a favore del suo rilascio non sono riusciti a dissuadere gli israeliani, che continuano ad agire in disprezzo del diritto internazionale e delle norme di comportamento umano.

Il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza, che è rinchiuso da oltre 560 giorni nelle prigioni israeliane dove si praticano stupri e torture, ha lanciato un appello urgente ai suoi avvocati, esortandoli a «fare tutto il possibile» per ottenere il suo rilascio.

«Fate tutto il possibile per tirarmi fuori da questo posto», ha detto ai suoi avvocati durante una recente visita, secondo quanto riportato da Physicians for Human Rights-Israel (PHRI).

Il dottor Abu Safiya, attualmente detenuto nella struttura sotterranea di Rakefet e sottoposto a torture incessanti, ha riferito ai suoi avvocati di essere continuamente picchiato e tenuto in isolamento.

Durante una successiva visita alla struttura di detenzione sotterranea di Rakefet, ha riferito di essere stato nuovamente picchiato dalle guardie carcerarie dopo la visita precedente e di essere stato da allora tenuto da solo in isolamento. Ha riferito di avere un dito ferito e di soffrire anche di un problema all’occhio destro, ma di non ricevere cure mediche adeguate.

Il rapporto di PHRI ha sottolineato che al medico non veniva concessa alcuna privacy durante gli incontri con i suoi avvocati: «La visita si è svolta in condizioni che non consentivano una comunicazione riservata: dietro un divisorio opaco, tramite telefono, mentre le guardie carcerarie mascherate rimanevano a portata d’orecchio».

La mancanza di privacy limita certamente la quantità di informazioni che il dottor Abu Safiya potrebbe condividere con i suoi avvocati. I suoi precedenti ricorsi al sistema giudiziario israeliano per ottenere il rilascio avevano portato a misure ancora più repressive da parte delle autorità carcerarie, in apparente rappresaglia per i suoi sforzi volti a ottenere la libertà.

Durante una visita del 2 luglio, l’avvocato del dottor Abu Safiya ha documentato gravi lesioni, segni di aggressione fisica, difficoltà respiratorie e ripetuti episodi di perdita di coscienza, sollevando timori per la sua vita.

In quell’occasione, il medico ha detto al suo avvocato: «Questa è l’ultima volta che mi vedi… Mi hanno portato qui per uccidermi».

Il dottor Abu Safiya dirigeva l’ospedale Kamal Adwan, l’ultimo ospedale funzionante nel nord di Gaza, al culmine del genocida Generals Plan di Israele nel 2024. Nonostante un assedio israeliano all’ospedale durato settimane, il dottore continuava a fornire assistenza medica a un’ondata di pazienti, nonostante la crescente barbarie israeliana. Fu rapito il 27 dicembre 2024, dopo che gli israeliani avevano costretto il personale ospedaliero a evacuare la struttura.

Da allora è rimasto in carcere, nonostante non sia mai stato incriminato. La sua innocenza, tuttavia, non ha impedito agli israeliani di sottoporlo a orrori indicibili, mentre la sua famiglia affranta teme per la sua sorte tra abusi sempre più gravi e notizie sempre più allarmanti sulle sue condizioni di salute nelle segrete israeliane.

Gli appelli delle organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani a favore del suo rilascio non sono riusciti a dissuadere gli israeliani, che continuano ad agire in disprezzo del diritto internazionale e delle norme di comportamento umano. Hanno ridotto quasi tutta Gaza in macerie, hanno ucciso centinaia di migliaia di civili innocenti, tra cui decine di migliaia di bambini, hanno decimato le infrastrutture, avvelenato i pozzi d’acqua, distrutto scuole e università, attaccato ospedali e ucciso o rapito come prima cosa i medici, stabilendo così nuovi standard di barbarie.

La loro impresa di genocidio, che comprende il massacro quotidiano di intere famiglie, persino durante un presunto «cessate il fuoco», è stata completamente normalizzata. In questa nuova normalità, le suppliche del dottor Abu Safiya si sono rivelate, finora, poco più che quelle di un umanitario impegnato che grida nel vuoto mentre viene picchiato a sangue dai genocidari israeliani finanziati dall’Occidente che imperversano sulla sua terra ancestrale.