04 novembre 2026

Elezioni israeliane: cosa possono aspettarsi i palestinesi?

 

The Palestine Chronicle, 29 ottobre 2026.  

Chi, tra le principali figure politiche israeliane, promette di porre fine al genocidio, revocare l’assedio e garantire aiuti umanitari senza restrizioni?

In passato, molti palestinesi e arabi seguivano da vicino le elezioni israeliane.

Lo facevano non perché nutrissero l’illusione che un leader sionista potesse portare pace e giustizia, smantellare l’occupazione o rimuovere gli insediamenti illegali. Temevano soltanto che alcuni leader israeliani fossero peggiori di altri. Speravano di scongiurare lo scenario peggiore.

Col passare del tempo, tuttavia, quella distinzione ha lasciato il posto alla convinzione che tutti i leader israeliani sono sostanzialmente uguali. Questo non è pessimismo. È esperienza.

Si consideri, ad esempio, l’espansione degli insediamenti ebraici illegali durante il processo di pace di Oslo sotto il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin.

Tra il 1992 e il 1995, il numero dei coloni israeliani in Cisgiordania, esclusa Gerusalemme Est, è aumentato da 111.673 a 140.235 – un incremento di oltre il 25 per cento, secondo l’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese, che attinge ai dati statistici israeliani.

Lo stesso andamento è proseguito sotto il governo laburista di Ehud Barak.

Nei primi sei mesi del suo mandato, il governo di Barak ha indetto gare d’appalto per 3.196 unità abitative negli insediamenti, superando la media annuale registrata sotto il suo predecessore di destra, Benjamin Netanyahu.

Quando, nel giugno 2021, Naftali Bennett ha formato un governo di coalizione che includeva il partito arabo Ra’am, l’espansione degli insediamenti è proseguita senza sosta.

Secondo Peace Now, il governo Bennett–Lapid ha portato avanti piani per 7.292 unità abitative negli insediamenti durante il suo primo anno, con un aumento del 26 per cento rispetto alla media annuale registrata sotto i precedenti governi di Netanyahu.

Gli insediamenti sono essi stessi una forza trainante dell’occupazione. Richiedono terra, e quindi la confisca di terra; richiedono protezione, e quindi una presenza militare rafforzata; richiedono acqua, strade e infrastrutture, e quindi l’appropriazione delle risorse palestinesi. Nel loro insieme, questi elementi aggravano la spoliazione e generano ulteriore violenza da parte di Israele.


schiacciamento della resistenza palestinese, compresa l’opposizione non violenta a questa impresa coloniale.

Qualsiasi candidato israeliano alle elezioni del 27 ottobre che sosteneva l’espansione degli insediamenti lo ha fatto con piena consapevolezza delle sue conseguenze: ulteriore espropriazione, occupazione militare, annessione e violenza.

La differenza tra il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, da un lato, e i politici presentati come meno estremisti, dall’altro, è spesso una questione di linguaggio, strategia e tempistica.

L’ex capo delle forze armate israeliane e leader del partito Yashar, Gadi Eisenkot, ad esempio, sostiene apertamente l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania occupata, nonostante la sua reputazione di alternativa più «moderata» a Netanyahu.

E che dire, allora, di Gaza?

Chi, tra le principali figure politiche israeliane, promette di porre fine al genocidio, revocare l’assedio, garantire aiuti umanitari senza restrizioni, frenare l’esercito o indagare sulle violazioni del diritto internazionale? Nessuno.

I media israeliani hanno trascorso gli ultimi tre anni a riferire sui gravi disaccordi tra il governo, l’establishment militare, le agenzie di intelligence e l’opposizione politica su ciò che dovrebbe accadere a Gaza.

Eppure, Eisenkot si è impegnato a porre fine al dominio di Hamas a Gaza entro 18 mesi dal suo eventuale insediamento, sia attraverso il piano di Trump sia proseguendo la guerra.

Da parte sua, il leader dell’opposizione ed ex primo ministro Yair Lapid ha proposto di porre Gaza sotto l’amministrazione egiziana per 15 anni, trasferendo di fatto la responsabilità delle azioni di Israele agli stati arabi.

L’ex primo ministro Naftali Bennett, nel frattempo, sostiene il mantenimento del controllo militare israeliano fino al disarmo dei gruppi palestinesi.

Il disaccordo, quindi, verte spesso su come Israele debba raggiungere i propri obiettivi, piuttosto che sull’opportunità di modificarli.

Altri importanti disaccordi riguardano principalmente la società israeliana: la coscrizione degli ebrei ultraortodossi, la riforma giudiziaria, l’attribuzione delle responsabilità per i fallimenti del 7 ottobre.

Ma queste controversie non vanno confuse con le questioni che stanno più a cuore ai palestinesi.

Se Netanyahu riuscirà a formare un’altra coalizione di destra, le politiche di occupazione, espansione degli insediamenti e scontro militare proseguiranno, potenzialmente con rinnovato slancio.

Se Israele darà vita a una coalizione più ampia, i suoi membri potrebbero raggiungere compromessi sulla riforma giudiziaria, la coscrizione e altre controversie interne. È tuttavia improbabile che l’occupazione diventi il punto centrale di discussione.

Ancora più preoccupante è il fatto che persino un governo orientato verso il centro-sinistra potrebbe riuscire a presentare Israele alla comunità internazionale come un paese pronto a superare l’immagine che si è guadagnato durante tre anni di genocidio, senza modificare radicalmente la propria condotta sul campo.

La comunità internazionale deve quindi rimanere vigile. Non può permettere che un futuro governo israeliano si presenti come un artefice di pace, o venda l’illusione di un Israele appena riformato, mentre continua a investire negli insediamenti, nell’occupazione, nella guerra e nel genocidio.

Il dott. Ramzy Baroud è giornalista, autore e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di otto libri. Il suo ultimo libro, «Before the Flood», è stato pubblicato da Seven Stories Press. Tra gli altri suoi libri figurano «Our Vision for Liberation», «My Father was a Freedom Fighter» e «The Last Earth». Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA).



14 ottobre 2026

La formazione al Freedom Theatre, il dramma di Jenin, l’opera di Churchill

 


Francesca Saturnino intervista Anas Arqawi

«A Gaza i più piccoli sono testimoni»

«Abbiamo una grande responsabilità nel fare teatro. È una forma di resistenza. Mi piacerebbe fare Shakespeare ma sono obbligato, costretto a raccontare le mie storie. Stare in Europa, fare teatro in questo modo è come restare in Palestina, come non me ne fossi mai andato». Anas Arqawi ha 34 anni, gli occhi scuri, profondi, parla con una dolcezza disarmante. Si è formato come attore al Freedom Theatre di Jenin, sua città natale. Da tredici anni vive a Bologna, fa parte della compagnia di Teatri di Vita: dopo essere stato invitato al Festival «Nostro cuore di Palestina» con lo spettacolo del Freedom Theatre Suicide Note from Palestine, gli fu proposto di restare. È uno dei protagonisti di Sette bambine ebree. Un’opera per Gaza di Caryl Churchill, regia Andrea Adriatico, che il 13 ottobre apre la stagione del Teatro Filodrammatici di Milano. L’abbiamo raggiunto per una chiacchierata.

Come hai iniziato a fare teatro? Cosa rimane del Freedom Theatre?

Sono nato da genitori rifugiati del campo profughi di Jenin. Dopo la maturità m’iscrissi al Freedom Theatre, fondato nel 1987 da Arna Mer, attivista marxista israeliana che aveva deciso di puntare sull’educazione delle giovani generazioni del campo, fondando lo Stone Theatre. Dopo la totale distruzione del teatro e del campo da parte dell’esercito israeliano nel 2002, suo figlio, Giuliano Mer-Khamis, lo ricostruì sotto il nome di Freedom Theatre. Fino a pochi anni fa ci venivano registi, coreografi, artisti da tutto il mondo per tenere laboratori. Questa scuola così marginale in un campo profughi palestinese era diventata di eccellenza. Quasi tutti i membri della prima generazione del Freedom Theatre sono diventati combattenti. Dopo l’assassinio di Giuliano, noi membri della compagnia siamo andati via, il teatro non esiste più. I pochi rimasti hanno continuato a lavorare in città facendo laboratori, soprattutto per i bambini.

Com’è la situazione a Jenin?

Completamente fuori controllo. L’esercito israeliano ha costruito cancelli elettrificati, posti di blocco, organizza viaggi per i coloni invitandoli a occupare sempre più terre. Ci sono arresti, esecuzioni, non si può lavorare, viaggiare, coltivare; pecore, mucche, persino i trattori vengono rubati. La gente è senza casa, lavoro, soldi. In molti cercano di andarsene. Hanno arrestato due miei fratelli, una sorella, mio padre, li hanno picchiati. Una delle mie sorelle ha ancora gli incubi. Tutte le volte l’esercito entra nel quartiere, comincia a piangere, tremare, è qualcosa che ti rimane dentro. Mia madre mi dice: «Non c’è speranza, non venire, non rischiare, l’esercito arresta, uccide qualsiasi persona». Aspetta che rientri, ma desidera anche che rimanga in Italia.

Come hai lavorato a Sette bambine ebree. Un’opera per Gaza?

Sono sette scene in cui gli adulti si rivolgono a una bambina in diversi momenti della storia, dal Novecento, la Shoah, fino alla distruzione di Gaza. Interpreto una persona muta che non ha tempo per reagire, capire cosa stia succedendo, come ogni contadino, prigioniero, profugo cacciato dalla propria terra. Quando gli altri personaggi arrivano in Palestina, «terra promessa», sono testimone di cosa accade, dall’inizio della nascita dello Stato di Israele a oggi. Nel testo originale a parlare sono solo adulti ebrei. Adriatico, rispetto a tutte le messe in scena, ha voluto inserire il personaggio palestinese che nel finale racconta le stesse cose degli ebrei, ma da un altro punto di vista: in modo disperato, amaro, completamente diverso. Far sentire la mia voce è l’obiettivo di tutto lo spettacolo.

I bambini e le bambine osservano, subiscono tutto questo.

Nell’ultima parte del monologo mi rivolgo alla bambina, i più piccoli sono testimoni di violenza inaudita. I coloni insegnano ai figli a sparare a cinque anni. Da noi purtroppo i giovani non hanno niente da fare, non possono viaggiare, divertirsi, lavorare. Ognuno di questi bambini ha avuto la casa distrutta, un genitore arrestato, ucciso, ferito. L’unico obiettivo è difendersi in qualche modo. Sono ottant’anni che nessuno ci difende.

01 ottobre 2026

VITTIME PERFETTE incontro con Mohammed El-Kurd

 






L’origine condivisa della guarigione

 

Tempi presenti La psichiatra palestinese Samah Jabr racconta il libro «Trauma infinito», condotto insieme a Maria Nadotti e uscito per Feltrinelli. «Non solo ferite: di generazione in generazione, si è trasmesso anche il "sumud", il senso di attaccamento e perseveranza»

Edizione 27/09/2026         Intervista    Samah Jabr

«Se lavoro solo con l’individuo ignorando le strutture che generano la sofferenza, rischio di trasformare una risposta all’oppressione in una patologia individuale. Tuttavia, se parlo soltanto di strutture politiche, potrei perdere di vista l’essere umano che ho di fronte, con la sua storia, le sue relazioni, le sue paure, le sue perdite e le sue speranze. È qui che figure come Frantz Fanon, Paulo Freire e Ignacio Martín-Baró sono state fondamentali: mi hanno aiutato a comprendere che la sofferenza psicologica non può sempre essere scissa dai rapporti di potere e che la liberazione possiede anche una dimensione psicologica».

È con poche parole che Samah Jabr, durante la nostra intervista, racchiude il senso del percorso professionale e politico che l’ha condotta a elaborare una pratica clinica capace di spiegare la Palestina. Spiegarla in modo diverso, come farebbe una psicoterapeuta e una psichiatra. Palestinese di Gerusalemme est, Jabr è un punto di riferimento per chi si occupa di quella terra, capace di legare l’antica sete di giustizia collettiva al trauma individuale e al suo possibile superamento, insieme.

Di questa lunga attività, tratta nel libro Trauma infinito. Una psichiatra palestinese racconta (pp. 320, euro 20), edito da Feltrinelli. Lo fa insieme a Maria Nadotti e a un dialogo che si dispiega nel corso degli ultimi anni, qualcosa di più di una semplice intervista: è una conversazione che scava nella vita di Jabr e in quella della sua famiglia, dei luoghi conosciuti e dei pazienti che di più l’hanno segnata, dei suoi e dei loro sogni.

«Il trauma palestinese è coloniale, deliberato, ripetitivo, cumulativo e transgenerazionale. A essere patogeno è il dispositivo politico dell’occupazione e dell’apartheid»: così, nel primo capitolo del libro risponde a una domanda di Maria Nadotti. Senza la fine dell’occupazione, quel trauma è insuperabile?
Non direi che il trauma palestinese sia insormontabile. Tuttavia, ritengo che non possa essere compreso o trattato come se fosse semplicemente una ferita psicologica individuale. Quando la causa della ferita è ancora presente e la violenza è deliberata, ripetitiva e cumulativa, è irrealistico aspettarsi che le persone «guariscano» senza che cambino le condizioni che continuano a generare sofferenza. Allo stesso tempo, rifiuto l’idea di descrivere i palestinesi esclusivamente attraverso la lente del trauma. I nostri nonni hanno vissuto gli eventi devastanti di quella pulizia etnica di massa che chiamiamo Nakba. Hanno perso case, terre, familiari, mezzi di sostentamento e l’intero mondo che conoscevano. Eppure, i palestinesi non sono scomparsi. Hanno piantato, coltivato, ricostruito case, cresciuto figli e trasmesso alla generazione successiva i nomi, le storie e i ricordi dei luoghi da cui erano stati sradicati. Il trauma può trasmettersi di generazione in generazione, ma lo stesso vale per il senso di attaccamento, la dignità e il sumud (resilienza, perseveranza, ndr). Non credo che i palestinesi debbano attendere la liberazione per sperimentare una qualche forma di guarigione.

Cita il «sumud», anche questo ripetitivo e cumulativo: può essere inteso come una pratica di resistenza di base, sociale e psicologica, tanto più in assenza di una fase di post-trauma?

La dimensione collettiva del sumud può aiutare l’individuo a sostenere un peso altrimenti insopportabile. La violenza politica può privarci della casa, dei mezzi di sostentamento, della libertà, della sicurezza, dei ruoli sociali, dei progetti per il futuro e della percezione che il mondo sia ancora un luogo in cui vivere in sicurezza. A Gaza si parla del peso della sopravvivenza: il carico psicologico del continuare a vivere dopo che tanto è andato distrutto. Nessuno dovrebbe portare quel peso da solo. È qui che la dimensione collettiva diventa fondamentale. Famiglia, vicini, amici, comunità e reti professionali possono condividere parte di quel peso. Il concetto palestinese di sumud va oltre la capacità individuale di resistere alle avversità, ha una natura più relazionale: nasce e vive tra le persone e si alimenta attraverso le relazioni, il senso di appartenenza e il rifiuto condiviso di essere sradicati.

 Samah Jabr

Il libro è un viaggio complesso che intreccia diversi piani: la sua storia e quella della sua famiglia, la casa perduta a Gerusalemme, il lavoro con i prigionieri politici, l’etica islamica…Un dialogo che avanza mentre è in corso il genocidio a Gaza. Può una terapeuta svolgere il proprio ruolo condividendo lo stesso trauma?

Può farlo non fingendo di esserne estranea. A Gaza, e più in generale in Palestina, il terapeuta può provare paura, dolore, senso di perdita, sradicamento o impotenza mentre ascolta un’altra persona che vive la medesima realtà. Non si tratta di trauma vicario, bensì di una realtà traumatica condivisa, capace talvolta di sfumare i confini del nostro lavoro terapeutico. A volte, ciò che rende possibile la terapia è proprio il riconoscimento che siamo entrambi esseri umani di fronte a qualcosa che ci sovrasta.

Nel libro dice che «il linguaggio è un dono che permette agli esseri umani di esprimere sentimenti e pensieri. Che questo dono diventi irrilevante, che si perda la capacità di parlare, è terrificante perché si viene ridotti ad animali». Anche il silenzio del mondo è una forma di genocidio?

Il lavoro di Gregory Stanton sulle dieci fasi del genocidio individua nella negazione la decima fase. Non è semplice mancanza di informazioni, può significare rifiutarsi di riconoscere ciò che sta accadendo anche di fronte a prove schiaccianti. Non equiparerei il silenzio in sé al genocidio – che è un processo materiale e politico di distruzione – ma il silenzio di fronte alla distruzione può favorirla, oscurare le responsabilità e normalizzare la sofferenza del nostro popolo. Uscire dall’invisibilità significa vedere la propria testimonianza creduta e la propria umanità trattata su un piano di parità.

Lei riflette anche sull’essere donna. Dopo la Nakba, sono state loro nei campi profughi a ricostruire l’identità nazionale palestinese attraverso parole, racconti e persino ricami. Esiste un legame tra le donne del passato e quelle di oggi, siano esse terapeute, poete, madri, studenti e altro ancora?

Vedo un forte legame tra le donne palestinesi del passato e quelle di oggi. Dopo la Nakba, le donne sono state tra coloro che hanno sostenuto la Palestina attraverso le forme più intime della memoria: racconti, ricami, canti, cibo, fotografie, storie familiari e la trasmissione di nomi e luoghi. Hanno preservato non solo il ricordo di ciò che era andato perduto, ma anche il legame con qualcosa che era destinato a scomparire. Trovo significativo il rapporto tra i termini arabi umm e imam. Umm significa madre, mentre imam evoca ciò che guida o funge da punto di riferimento. Questa vicinanza linguistica richiama la figura della madre come origine, come fonte, come punto da cui qualcosa ha inizio e viene portato avanti. Ma le donne palestinesi non sono mai state solo madri o custodi della tradizione. Sono state terapeute, medici, insegnanti, poete, studenti, ricercatrici, politiche. Vedo una continuità tra la donna che preservava la memoria di un villaggio attraverso un abito ricamato o un racconto e la donna di oggi che cura un paziente, insegna a un bambino, scrive o prende la parola in pubblico. Le forme possono cambiare, ma c’è qualcosa di straordinariamente costante: il rifiuto di permettere che la Palestina, la sua memoria, il suo popolo o la sua umanità scompaiano.

 

  

17 settembre 2026

CAMPAGNA PER LA LIBERAZIONE DI MARWAN BARGHOUTI E DI TUTTI I PRIGIONIERI PALESTINESI

                                                  






IL VOLANTINO SARA' DISTRIBUITO DOMENICA 20 SETTEMBRE A VICENZA DURANTE LA "SETTIMANA DELLA PACE E DEI DIRITTI UIMANI"
PRESSO I GAZEBO DI VARIE ASSOCIAZIONI AL PARCO DELLA PACE - VICENZA