14 ottobre 2026

La formazione al Freedom Theatre, il dramma di Jenin, l’opera di Churchill

 


Francesca Saturnino intervista Anas Arqawi

«A Gaza i più piccoli sono testimoni»

«Abbiamo una grande responsabilità nel fare teatro. È una forma di resistenza. Mi piacerebbe fare Shakespeare ma sono obbligato, costretto a raccontare le mie storie. Stare in Europa, fare teatro in questo modo è come restare in Palestina, come non me ne fossi mai andato». Anas Arqawi ha 34 anni, gli occhi scuri, profondi, parla con una dolcezza disarmante. Si è formato come attore al Freedom Theatre di Jenin, sua città natale. Da tredici anni vive a Bologna, fa parte della compagnia di Teatri di Vita: dopo essere stato invitato al Festival «Nostro cuore di Palestina» con lo spettacolo del Freedom Theatre Suicide Note from Palestine, gli fu proposto di restare. È uno dei protagonisti di Sette bambine ebree. Un’opera per Gaza di Caryl Churchill, regia Andrea Adriatico, che il 13 ottobre apre la stagione del Teatro Filodrammatici di Milano. L’abbiamo raggiunto per una chiacchierata.

Come hai iniziato a fare teatro? Cosa rimane del Freedom Theatre?

Sono nato da genitori rifugiati del campo profughi di Jenin. Dopo la maturità m’iscrissi al Freedom Theatre, fondato nel 1987 da Arna Mer, attivista marxista israeliana che aveva deciso di puntare sull’educazione delle giovani generazioni del campo, fondando lo Stone Theatre. Dopo la totale distruzione del teatro e del campo da parte dell’esercito israeliano nel 2002, suo figlio, Giuliano Mer-Khamis, lo ricostruì sotto il nome di Freedom Theatre. Fino a pochi anni fa ci venivano registi, coreografi, artisti da tutto il mondo per tenere laboratori. Questa scuola così marginale in un campo profughi palestinese era diventata di eccellenza. Quasi tutti i membri della prima generazione del Freedom Theatre sono diventati combattenti. Dopo l’assassinio di Giuliano, noi membri della compagnia siamo andati via, il teatro non esiste più. I pochi rimasti hanno continuato a lavorare in città facendo laboratori, soprattutto per i bambini.

Com’è la situazione a Jenin?

Completamente fuori controllo. L’esercito israeliano ha costruito cancelli elettrificati, posti di blocco, organizza viaggi per i coloni invitandoli a occupare sempre più terre. Ci sono arresti, esecuzioni, non si può lavorare, viaggiare, coltivare; pecore, mucche, persino i trattori vengono rubati. La gente è senza casa, lavoro, soldi. In molti cercano di andarsene. Hanno arrestato due miei fratelli, una sorella, mio padre, li hanno picchiati. Una delle mie sorelle ha ancora gli incubi. Tutte le volte l’esercito entra nel quartiere, comincia a piangere, tremare, è qualcosa che ti rimane dentro. Mia madre mi dice: «Non c’è speranza, non venire, non rischiare, l’esercito arresta, uccide qualsiasi persona». Aspetta che rientri, ma desidera anche che rimanga in Italia.

Come hai lavorato a Sette bambine ebree. Un’opera per Gaza?

Sono sette scene in cui gli adulti si rivolgono a una bambina in diversi momenti della storia, dal Novecento, la Shoah, fino alla distruzione di Gaza. Interpreto una persona muta che non ha tempo per reagire, capire cosa stia succedendo, come ogni contadino, prigioniero, profugo cacciato dalla propria terra. Quando gli altri personaggi arrivano in Palestina, «terra promessa», sono testimone di cosa accade, dall’inizio della nascita dello Stato di Israele a oggi. Nel testo originale a parlare sono solo adulti ebrei. Adriatico, rispetto a tutte le messe in scena, ha voluto inserire il personaggio palestinese che nel finale racconta le stesse cose degli ebrei, ma da un altro punto di vista: in modo disperato, amaro, completamente diverso. Far sentire la mia voce è l’obiettivo di tutto lo spettacolo.

I bambini e le bambine osservano, subiscono tutto questo.

Nell’ultima parte del monologo mi rivolgo alla bambina, i più piccoli sono testimoni di violenza inaudita. I coloni insegnano ai figli a sparare a cinque anni. Da noi purtroppo i giovani non hanno niente da fare, non possono viaggiare, divertirsi, lavorare. Ognuno di questi bambini ha avuto la casa distrutta, un genitore arrestato, ucciso, ferito. L’unico obiettivo è difendersi in qualche modo. Sono ottant’anni che nessuno ci difende.

01 ottobre 2026

VITTIME PERFETTE incontro con Mohammed El-Kurd

 






L’origine condivisa della guarigione

 

Tempi presenti La psichiatra palestinese Samah Jabr racconta il libro «Trauma infinito», condotto insieme a Maria Nadotti e uscito per Feltrinelli. «Non solo ferite: di generazione in generazione, si è trasmesso anche il "sumud", il senso di attaccamento e perseveranza»

Edizione 27/09/2026         Intervista    Samah Jabr

«Se lavoro solo con l’individuo ignorando le strutture che generano la sofferenza, rischio di trasformare una risposta all’oppressione in una patologia individuale. Tuttavia, se parlo soltanto di strutture politiche, potrei perdere di vista l’essere umano che ho di fronte, con la sua storia, le sue relazioni, le sue paure, le sue perdite e le sue speranze. È qui che figure come Frantz Fanon, Paulo Freire e Ignacio Martín-Baró sono state fondamentali: mi hanno aiutato a comprendere che la sofferenza psicologica non può sempre essere scissa dai rapporti di potere e che la liberazione possiede anche una dimensione psicologica».

È con poche parole che Samah Jabr, durante la nostra intervista, racchiude il senso del percorso professionale e politico che l’ha condotta a elaborare una pratica clinica capace di spiegare la Palestina. Spiegarla in modo diverso, come farebbe una psicoterapeuta e una psichiatra. Palestinese di Gerusalemme est, Jabr è un punto di riferimento per chi si occupa di quella terra, capace di legare l’antica sete di giustizia collettiva al trauma individuale e al suo possibile superamento, insieme.

Di questa lunga attività, tratta nel libro Trauma infinito. Una psichiatra palestinese racconta (pp. 320, euro 20), edito da Feltrinelli. Lo fa insieme a Maria Nadotti e a un dialogo che si dispiega nel corso degli ultimi anni, qualcosa di più di una semplice intervista: è una conversazione che scava nella vita di Jabr e in quella della sua famiglia, dei luoghi conosciuti e dei pazienti che di più l’hanno segnata, dei suoi e dei loro sogni.

«Il trauma palestinese è coloniale, deliberato, ripetitivo, cumulativo e transgenerazionale. A essere patogeno è il dispositivo politico dell’occupazione e dell’apartheid»: così, nel primo capitolo del libro risponde a una domanda di Maria Nadotti. Senza la fine dell’occupazione, quel trauma è insuperabile?
Non direi che il trauma palestinese sia insormontabile. Tuttavia, ritengo che non possa essere compreso o trattato come se fosse semplicemente una ferita psicologica individuale. Quando la causa della ferita è ancora presente e la violenza è deliberata, ripetitiva e cumulativa, è irrealistico aspettarsi che le persone «guariscano» senza che cambino le condizioni che continuano a generare sofferenza. Allo stesso tempo, rifiuto l’idea di descrivere i palestinesi esclusivamente attraverso la lente del trauma. I nostri nonni hanno vissuto gli eventi devastanti di quella pulizia etnica di massa che chiamiamo Nakba. Hanno perso case, terre, familiari, mezzi di sostentamento e l’intero mondo che conoscevano. Eppure, i palestinesi non sono scomparsi. Hanno piantato, coltivato, ricostruito case, cresciuto figli e trasmesso alla generazione successiva i nomi, le storie e i ricordi dei luoghi da cui erano stati sradicati. Il trauma può trasmettersi di generazione in generazione, ma lo stesso vale per il senso di attaccamento, la dignità e il sumud (resilienza, perseveranza, ndr). Non credo che i palestinesi debbano attendere la liberazione per sperimentare una qualche forma di guarigione.

Cita il «sumud», anche questo ripetitivo e cumulativo: può essere inteso come una pratica di resistenza di base, sociale e psicologica, tanto più in assenza di una fase di post-trauma?

La dimensione collettiva del sumud può aiutare l’individuo a sostenere un peso altrimenti insopportabile. La violenza politica può privarci della casa, dei mezzi di sostentamento, della libertà, della sicurezza, dei ruoli sociali, dei progetti per il futuro e della percezione che il mondo sia ancora un luogo in cui vivere in sicurezza. A Gaza si parla del peso della sopravvivenza: il carico psicologico del continuare a vivere dopo che tanto è andato distrutto. Nessuno dovrebbe portare quel peso da solo. È qui che la dimensione collettiva diventa fondamentale. Famiglia, vicini, amici, comunità e reti professionali possono condividere parte di quel peso. Il concetto palestinese di sumud va oltre la capacità individuale di resistere alle avversità, ha una natura più relazionale: nasce e vive tra le persone e si alimenta attraverso le relazioni, il senso di appartenenza e il rifiuto condiviso di essere sradicati.

 Samah Jabr

Il libro è un viaggio complesso che intreccia diversi piani: la sua storia e quella della sua famiglia, la casa perduta a Gerusalemme, il lavoro con i prigionieri politici, l’etica islamica…Un dialogo che avanza mentre è in corso il genocidio a Gaza. Può una terapeuta svolgere il proprio ruolo condividendo lo stesso trauma?

Può farlo non fingendo di esserne estranea. A Gaza, e più in generale in Palestina, il terapeuta può provare paura, dolore, senso di perdita, sradicamento o impotenza mentre ascolta un’altra persona che vive la medesima realtà. Non si tratta di trauma vicario, bensì di una realtà traumatica condivisa, capace talvolta di sfumare i confini del nostro lavoro terapeutico. A volte, ciò che rende possibile la terapia è proprio il riconoscimento che siamo entrambi esseri umani di fronte a qualcosa che ci sovrasta.

Nel libro dice che «il linguaggio è un dono che permette agli esseri umani di esprimere sentimenti e pensieri. Che questo dono diventi irrilevante, che si perda la capacità di parlare, è terrificante perché si viene ridotti ad animali». Anche il silenzio del mondo è una forma di genocidio?

Il lavoro di Gregory Stanton sulle dieci fasi del genocidio individua nella negazione la decima fase. Non è semplice mancanza di informazioni, può significare rifiutarsi di riconoscere ciò che sta accadendo anche di fronte a prove schiaccianti. Non equiparerei il silenzio in sé al genocidio – che è un processo materiale e politico di distruzione – ma il silenzio di fronte alla distruzione può favorirla, oscurare le responsabilità e normalizzare la sofferenza del nostro popolo. Uscire dall’invisibilità significa vedere la propria testimonianza creduta e la propria umanità trattata su un piano di parità.

Lei riflette anche sull’essere donna. Dopo la Nakba, sono state loro nei campi profughi a ricostruire l’identità nazionale palestinese attraverso parole, racconti e persino ricami. Esiste un legame tra le donne del passato e quelle di oggi, siano esse terapeute, poete, madri, studenti e altro ancora?

Vedo un forte legame tra le donne palestinesi del passato e quelle di oggi. Dopo la Nakba, le donne sono state tra coloro che hanno sostenuto la Palestina attraverso le forme più intime della memoria: racconti, ricami, canti, cibo, fotografie, storie familiari e la trasmissione di nomi e luoghi. Hanno preservato non solo il ricordo di ciò che era andato perduto, ma anche il legame con qualcosa che era destinato a scomparire. Trovo significativo il rapporto tra i termini arabi umm e imam. Umm significa madre, mentre imam evoca ciò che guida o funge da punto di riferimento. Questa vicinanza linguistica richiama la figura della madre come origine, come fonte, come punto da cui qualcosa ha inizio e viene portato avanti. Ma le donne palestinesi non sono mai state solo madri o custodi della tradizione. Sono state terapeute, medici, insegnanti, poete, studenti, ricercatrici, politiche. Vedo una continuità tra la donna che preservava la memoria di un villaggio attraverso un abito ricamato o un racconto e la donna di oggi che cura un paziente, insegna a un bambino, scrive o prende la parola in pubblico. Le forme possono cambiare, ma c’è qualcosa di straordinariamente costante: il rifiuto di permettere che la Palestina, la sua memoria, il suo popolo o la sua umanità scompaiano.

 

  

17 settembre 2026

CAMPAGNA PER LA LIBERAZIONE DI MARWAN BARGHOUTI E DI TUTTI I PRIGIONIERI PALESTINESI

                                                  






IL VOLANTINO SARA' DISTRIBUITO DOMENICA 20 SETTEMBRE A VICENZA DURANTE LA "SETTIMANA DELLA PACE E DEI DIRITTI UIMANI"
PRESSO I GAZEBO DI VARIE ASSOCIAZIONI AL PARCO DELLA PACE - VICENZA


10 settembre 2026

Speranza e Sumud



Opera dell'artista Sliman Mansour
recentemente scomparso


Due parole, una strada aperta oltre la prigione dell'individualismo: dai morti e dalle macerie di Gaza, dai pogrom in Cisgiordania la resistenza quotidiana di un popolo diventa una cura per noi perché la speranza non è un sentimento privato ma un dovere etico collettivo.

Capire il "Sumud" per riscoprire la nostra umanità.

«Non lasciatevi rubare la speranzai» * è una delle esortazioni più famose di Papa Francesco, pronunciata il 24 marzo 2013 durante la Messa della Domenica delle Palme in Piazza San Pietro, all'inizio del suo pontificato. La speranza è come una brace sotto la cenere, diceva il Papa, va custodita insieme e alimentata con la solidarietà per non lasciare che il mondo spenga i nostri sogni. La speranza ci esorta a non cedere al pessimismo, alla rassegnazione che rende vuota la vita.

Il maestro novarese della psichiatria mite, Eugenio Borgna, morto nel 2024 all’età di 94 anni, nel suo libro “Speranza e disperazione” * definiva la speranza come "la passione del possibile", vitale per non sprofondare nel nichilismo contemporaneo. Aggiungeva che non si spera solo per sé ma anche per gli altri e che questa postura ci libera dall’arida presenza della solitudine ed è la speranza che ci fa vivere. La speranza è ricerca del senso della vita, quando il senso viene meno e diventa disperazione.

Di fronte alle immagini di distruzione che giungono quotidianamente dalla Palestina, la prima reazione è spesso un senso di dolorosa impotenza, una seconda è il timore che la ripetizione quotidiana dell’indicibile ci cambi dentro, finisca per anestetizzare i nostri sentimenti, trasformandoci in soggetti in cui stenteremo a fatica a riconoscerci.

Un popolo intero è sottoposto all’ultima tappa, quella genocida ria, di un processo ormai centenario di frammentazione, massacro, sradicamento e negazione della propria identità. Eppure, in mezzo a lutti e macerie, è ancora capace di resistere ogni giorno attraverso una forza invisibile chiamata sumud.

Per noi occidentali, immersi in una società dominata dall'individualismo, comprendere questo concetto non è solo un dovere di umana solidarietà, è una necessità terapeutica che ci grida che la speranza non è un rifugio solitario, ma l'atto di resistenza collettiva più radicale di cui l'essere umano sia capace.

Per capire il sumud serve uno sguardo attento alla vita ordinaria di tutti i giorni dei palestinesi. Il sumud, traducibile come "fermezza" o "incrollabilità", è infatti la prassi quotidiana della sopravvivenza. Non è l'eroismo delle armi, ma quello dell'esistenza: è il contadino che coltiva i propri campi e ulivi nonostante tutti gli ostacoli che gli vengono artatamente creati; è la madre che manda i figli a scuola tra i posti di blocco; è il rifiuto ostinato di farsi cancellare dalla propria terra. Il sumud è una postura collettiva che rifiuta di adattarsi all'ingiustizia. Non si fa in solitudine: ci si appoggia gli uni agli altri per mantenere intatta l'umanità del gruppo.

L'individualismo ci sta trasformando. Ci ha convinti che la speranza sia una questione privata e che il dolore degli altri sia qualcosa da guardare dietro uno schermo protettivo. Questa separazione ci anestetizza e ci rende fragili.

Di fronte alla tragedia palestinese corriamo il rischio che la nostra indignazione si ritragga nella convinzione che "tanto non cambierà mai nulla". La nostra disperazione nasce proprio dalla continuità in apparenza inscalfibile del “Male” che viene agito e trova solido sostegno da parte coloro che dovrebbero istituzionalmente fare rispettare le leggi che, con grandi difficoltà, la comunità internazionale ha elaborato alla fine del secondo conflitto mondiale per non ripeterne le atrocità.

Siamo ancora capaci di fare tesoro delle parole di Borgna per mantenere viva e fruttuosa la nostra indignazione? Per aiutare il sumud di un popolo schiacciato dall'oppressione, dobbiamo prima attivare il nostro sumud, non facendoci colpire dal virus dell'indifferenza.

Il nostro sumud consiste nel rifiuto di lasciarci inaridire. Borgna scrive che «l'empatia è la più silenziosa delle rivoluzioni». Fare spazio all'empatia significa accettare di lasciarsi ferire dal dolore profondo degli altri, del popolo palestinese e di tutti coloro a cui la sofferenza e i lutti sono causati per biechi interessi dall’azione di

loro simili, senza cercare la fuga nella rimozione. La nostra "fermezza" si misura nella costanza dello sguardo: decidere di non voltarsi dall'altra parte quando l'orrore diventa ripetitivo. Lo sguardo dell'altro è un appello silenzioso, una supplica a non essere lasciato solo nel mondo. Curare l'individualismo significa comprendere che la distruzione della dignità di un popolo ferisce, inevitabilmente, la nostra stessa civiltà.