Francesca Saturnino intervista Anas Arqawi
«A Gaza i più piccoli sono testimoni»
«Abbiamo una grande responsabilità nel fare teatro. È una forma di resistenza. Mi piacerebbe fare Shakespeare ma sono obbligato, costretto a raccontare le mie storie. Stare in Europa, fare teatro in questo modo è come restare in Palestina, come non me ne fossi mai andato». Anas Arqawi ha 34 anni, gli occhi scuri, profondi, parla con una dolcezza disarmante. Si è formato come attore al Freedom Theatre di Jenin, sua città natale. Da tredici anni vive a Bologna, fa parte della compagnia di Teatri di Vita: dopo essere stato invitato al Festival «Nostro cuore di Palestina» con lo spettacolo del Freedom Theatre Suicide Note from Palestine, gli fu proposto di restare. È uno dei protagonisti di Sette bambine ebree. Un’opera per Gaza di Caryl Churchill, regia Andrea Adriatico, che il 13 ottobre apre la stagione del Teatro Filodrammatici di Milano. L’abbiamo raggiunto per una chiacchierata.
Come hai iniziato a fare teatro? Cosa rimane del Freedom Theatre?
Sono nato da genitori rifugiati del campo profughi di Jenin. Dopo la maturità m’iscrissi al Freedom Theatre, fondato nel 1987 da Arna Mer, attivista marxista israeliana che aveva deciso di puntare sull’educazione delle giovani generazioni del campo, fondando lo Stone Theatre. Dopo la totale distruzione del teatro e del campo da parte dell’esercito israeliano nel 2002, suo figlio, Giuliano Mer-Khamis, lo ricostruì sotto il nome di Freedom Theatre. Fino a pochi anni fa ci venivano registi, coreografi, artisti da tutto il mondo per tenere laboratori. Questa scuola così marginale in un campo profughi palestinese era diventata di eccellenza. Quasi tutti i membri della prima generazione del Freedom Theatre sono diventati combattenti. Dopo l’assassinio di Giuliano, noi membri della compagnia siamo andati via, il teatro non esiste più. I pochi rimasti hanno continuato a lavorare in città facendo laboratori, soprattutto per i bambini.
Com’è la situazione a Jenin?
Completamente fuori controllo. L’esercito israeliano ha costruito cancelli elettrificati, posti di blocco, organizza viaggi per i coloni invitandoli a occupare sempre più terre. Ci sono arresti, esecuzioni, non si può lavorare, viaggiare, coltivare; pecore, mucche, persino i trattori vengono rubati. La gente è senza casa, lavoro, soldi. In molti cercano di andarsene. Hanno arrestato due miei fratelli, una sorella, mio padre, li hanno picchiati. Una delle mie sorelle ha ancora gli incubi. Tutte le volte l’esercito entra nel quartiere, comincia a piangere, tremare, è qualcosa che ti rimane dentro. Mia madre mi dice: «Non c’è speranza, non venire, non rischiare, l’esercito arresta, uccide qualsiasi persona». Aspetta che rientri, ma desidera anche che rimanga in Italia.
Come hai lavorato a Sette bambine ebree. Un’opera per Gaza?
Sono sette scene in cui gli adulti si rivolgono a una bambina in diversi momenti della storia, dal Novecento, la Shoah, fino alla distruzione di Gaza. Interpreto una persona muta che non ha tempo per reagire, capire cosa stia succedendo, come ogni contadino, prigioniero, profugo cacciato dalla propria terra. Quando gli altri personaggi arrivano in Palestina, «terra promessa», sono testimone di cosa accade, dall’inizio della nascita dello Stato di Israele a oggi. Nel testo originale a parlare sono solo adulti ebrei. Adriatico, rispetto a tutte le messe in scena, ha voluto inserire il personaggio palestinese che nel finale racconta le stesse cose degli ebrei, ma da un altro punto di vista: in modo disperato, amaro, completamente diverso. Far sentire la mia voce è l’obiettivo di tutto lo spettacolo.
I bambini e le bambine osservano, subiscono tutto questo.
Nell’ultima parte del monologo mi rivolgo alla bambina, i più
piccoli sono testimoni di violenza inaudita. I coloni insegnano ai figli a
sparare a cinque anni. Da noi purtroppo i giovani non hanno niente da fare, non
possono viaggiare, divertirsi, lavorare. Ognuno di questi bambini ha avuto la
casa distrutta, un genitore arrestato, ucciso, ferito. L’unico obiettivo è
difendersi in qualche modo. Sono ottant’anni che nessuno ci difende.
