mercoledì 2 settembre 2009

Pellegrinaggi di giustizia (quarta ed ultima parte)

Concludiamo la pubblicazione del reportage inviatoci dagli amici vicentini che hanno compiuto il viaggio in Palestina con Pax Christi.
5 agosto
Come si fa a vivere in una casa circondata da un muro di cemento alto più di otto metri? La famiglia Anastas è arrivata qui a Betlemme molti secoli fa, proveniente da Venezia e dalla Grecia, e purtroppo sa cosa vuole dire. Come cristiani hanno sempre vissuto in pace con tutti gli abitanti del luogo, per generazioni e generazioni, fino adesso: la madre, Suheila, una donna di quarant'anni ancora giovane e combattiva, nonostante tutto quello che ha subito, gestisce un piccolo negozio di souvenir al pianterreno, mentre Johnny, il padre, fino a poco tempo fa era meccanico in un'officina.
Ci accolgono nel loro appartamento, sobrio e semplice, in una palazzina grigia non lontana dal check point d'ingresso, e subito capiamo che cosa voglia dire vivere soffocati da una gabbia: una consapevolezza che ci colpisce con la violenza di un pugno nello stomaco.

(video: la famiglia in gabbia)

Ci affacciamo alle finestre, protette da alcune tende, oppure usciamo sul balcone ricoperto di viti e grappoli d'uva illuminati dal sole, ma non riusciamo a scorgere il cielo, o le colline oltre Betlemme. Tutto intorno a noi, a destra, a sinistra, al centro, a una distanza massima di 3-4 metri, corre il muro di separazione, che copre tre lati della casa, creando una specie di ansa dentro cui siamo imprigionati. Capiamo allora a cosa servono le spesse tende che ricoprono le finestre: in questo modo le telecamere di sorveglianza non possono spiare dentro l'appartamento, proteggendo quel minimo di intimità che ancora rimane. Suheila ci spiega che gli israeliani hanno modificato il tracciato della barriera per poter inglobare la Tomba di Rachele, un luogo sacro agli ebrei, e consentire così ai pellegrini di poterla raggiungere senza entrare in territorio palestinese. “Il muro l'hanno tirato su in un giorno - ci raccontano - una mattina siamo usciti per andare al lavoro, o a scuola, e quando siamo tornati la sera ci siamo ritrovati in gabbia”. Durante la seconda Intifada hanno passato dei brutti momenti: il coprifuoco, l'assedio, le bombe, gli spari, soldati israeliani che si erano installati al secondo piano della loro casa. Non potevano uscire per andare a lavorare; e hanno dovuto vendere quasi tutto per tirare avanti. Come si fa a sopravvivere in una città messa in ginocchio dall'occupazione militare, ci domandiamo? Vincenzo, un giovane missionario laico di Mazara del Vallo, in servizio presso il Patriarcato Latino di Gerusalemme, è colui che ci accompagna dagli Anastas. Mentre camminiamo ci fa notare i venditori ambulanti o i negozi chiusi ai lati della strada. “La vita è dura per gli abitanti di Betlemme - ci spiega - fino a qualche tempo fa non si vedeva nessun mendicante in giro, mentre adesso prendono d'assalto i pellegrini nella speranza di racimolare qualcosa.” L'occupazione ha messo in ginocchio l'economia della città: con il muro i turisti arrivano da Gerusalemme in autobus, si fermano alla Basilica della Natività, comprano qualche souvenir nei negozietti vicini e poi ripartono, senza mai fermarsi oltre il tempo necessario. Il negozio di Suheila non vede un cliente da mesi, e per sdebitarci dell'accoglienza non possiamo fare a meno di acquistare qualche regalino da lei, spendendo euro su euro ma sapendo che anche questa può essere una forma di resistenza. Ma come si fa a mantenere viva la speranza, ci domandiamo sgomenti di fronte a tutto questo? Charlie, un giovane fedele melkita che ci fa da guida alla Basilica della Natività, non ha una formula magica, ma come tutti qua si dà da fare per non lasciarla morire. È un cristiano anche lui, come gli Anastas, uno dei pochi rimasti in Terrasanta, la minoranza di questa regione. Nella sua chiesa, con sguardo magnetico e un ottimo italiano, prova a spiegarci la sua ricetta: “I giovani sono la nostra grande speranza. Speranza non solo per i cristiani ma anche per tutto il popolo palestinese, speranza di poter un giorno raggiungere finalmente la pace”. Ci racconta dei suoi incontri con questi giovani, di come ricerchi sempre il dialogo con loro e di come provi a raggiungerli in ogni modo, con la radio, la televisione, internet. Ultimamente ha fondato pure una piccola rivista cristiana in arabo, che riesce a raggiungere più di tremila famiglie. Sono piccoli semi di speranza, ma bastano di fronte a tutta la violenza che abbiamo visto? A tutto l'odio? All'ingiustizia? E allora torniamo a domandarci, mentre il sole tramonta sopra i tetti bianchi di questa città: come si fa a rimanere fedeli? A non spegnere quella piccola fiamma che ancora arde, nonostante tutto? Mentre risaliamo sul pullman, troviamo ancora il tempo di sorridere di fronte ad una scritta ironica, tracciata sopra il muro da una mano misteriosa chissà quanto tempo fa: “I want my ball back. Thank you”. In Palestina si sopravvive anche così. Anzi, forse solo così: ridendo.

6 agosto


Dopo la notte al check point si scende a sud, verso il villaggio musulmano di At Tuwani, non lontano da Hebron, 250 abitanti. Sta a metà tra i patriarchi e il futuro, con i muri a secco, gli olivi e le greggi inframmezzate da casupole di cemento armato.

Incontriamo Federica, volontaria dell'operazione Colomba, il corpo civile di internazionali per la pace dell'associazione Giovanni XXIII. Ci racconta del villaggio, seduti su cuscini davanti alla casupola degli internazionali, vicino a cui un'anziana, pelle rugosa e occhi vispi, tesse al telaio.

Qui non c'è acqua corrente. Solo il pozzo che d'estate secca. Solo cisterne d'acqua piovana e qui non piove. Né elettricità se non per quattro ore, a sera, da un generatore a gasolio: la garantisce una colletta di tutta la comunità, tanto per famiglia. Versano la loro quota anche gli internazionali, che quelli del villaggio chiamano “la famiglia degli stranieri”.

C'è invece una piccola clinica, su due piani, anche se per il secondo c'è l'ordine di demolizione da parte del governo israeliano. Una minuscola moschea, che ha ricevuto lo stesso ordine prima di essere costruita. La scuola (nella foto), che raccoglie dai villaggi intorno una settantina di bambini fino alle nostre scuole medie.

Ci sono i coloni, sulla collina di fronte, dove il deserto di roccia diventa improvvisamente coltivazione verdissima. Sono aggressivi.

Federica ci racconta che girano armati e spesso escono mascherati dal loro avamposto per spedizioni punitive. È capitato che agli agricoltori palestinesi abbiano inquinato la cisterna con polli avvelenati. Che abbiano buttato nei loro campi semi d'orzo bolliti nel fluorocetilene. Che gli mandino le pecore a mangiargli il raccolto. Che gli taglino gli ulivi. Che aggrediscano i bambini sulla strada per scuola con bastoni e catene. Tanto che dal 2005 una commissione della Knesset ha garantito loro una scorta armata israeliana. Che però spesso non arriva. Che dovrebbe camminare coi bimbi ma resta sull'auto, e costringe i bimbi a correrle dietro. Che qualche volta addirittura li minaccia. Che talora è stata a sua volta aggredita dai coloni. (nella foto: avvelenamento di greggi ad At Tuwani)

C'è lo spazio per il pranzo, che ci offre la famiglia che ci ospita, per un giro per il villaggio, soprattutto per le domande. Da dove sgorgano la pazienza e l'incredibile dignità di queste persone?.

Federica risponde raccontando ciò che ha imparato da loro: l'affidamento ad Allah, il ringraziamento, la benedizione su tutto in ogni circostanza: “grazie a Dio”, “se Dio vuole”, Insc'Allah, “che le tue mani siano benedette” sono le frasi che queste persone semplici ripetono più spesso.

Chiudiamo così, con le mani dell'anziana che non hanno smesso di ordinare fili, una piccola quercia rugosa al suo telaio.

Da At Tuwani, 6 agosto, giorno della Trasfigurazione di Gesù di Nazareth. Chiedendo per questo popolo, perchè ce l'ha chiesto lui stesso, trasfigurazione di tutta questa sofferenza.

Popolo a cui mettiamo in bocca le parole di una ragazza ebrea di 28 anni, scritte a Westerbork, Olanda, prima della deportazione ad Auschwitz. Ha scritto Etty Hillesum: “Possiamo soffrire, ma non dobbiamo soccombere”.

Ultimo giorno 7 agosto

Quanto vale una settimana nella propria vita?
Una settimana come quella appena trascorsa vale quasi una vita intera. Troppi muri, troppe divisioni, troppa indifferenza, troppa sopportazione. In un parola sola: troppa paura. Paura dell'altro, paura delle idee, paura di essere attaccati, sopraffatti, esclusi.

In questa terra martoriata l'ultima “mazzata” la riceviamo su un marciapiedi, in piena Gerusalemme, incontrando due famiglie palestinesi che sono state evacuati dalle proprie case dall'esercito israeliano per “far posto” a coloni.
Una ragazzina ci mostra il braccio fasciato. Nella notte è entrata la polizia in casa, lei ha resistito tanto quanto può resistere una ragazzina di 14 anni, il poliziotto l'ha picchiata e buttata fuori dalla sua stanza e dalla sua casa. Le famiglie vivono ora sul marciapiedi di fronte alle loro abitazioni occupate. Dormono, mangiano, parlano, si vogliono bene su quel marciapiede. E tutto sembra non avere più senso, almeno per noi.

Così come sembra non avere senso l'ordine di demolizione, da parte del governo israeliano, di una piccola scuola in un villaggio beduino a poche centinaia di metri da una colonia israeliana. Una scuola edificata con il contributo di una ONG italiana (Vento di Terra) che è riuscita, nonostante l'incomprensibile divieto, a costruire un umile edificio “impastando” vecchi copertoni con argilla e acqua.

Nulla sembra avere senso in questa terra e da una settimana tento disperatamente di trovarne uno, ma non ci sono mai riuscito. Poi accade una cosa, forse un piccola intuizione.

È l'ultimo giorno e mi trovo di fronte alla Basilica del Santo Sepolcro (per gli ortodossi la Basilica della Resurrezione), e allora capisco.

Nulla di tutto ciò che ho visto ha un senso, ma solo se non lo guardo con gli occhi di Cristo. Ecco, forse la nostra fede è proprio questo: saper leggere la realtà con gli occhi di Cristo. E allora provo a leggerla questa realtà e Cristo mi sembra suggerire per l'ennesima volta: “Non giudicare, sii testimone della passione di questo popolo, sia esso palestinese o israeliano, ma sii testimone anche della sua resurrezione”.

Ora vedo buio, anzi vedo solo un muro grigio alto nove metri e più lo guardo più mi atterrisce perché mi sembra quasi che, paradossalmente, anziché separare due popoli li accomuni entrambi in una spirale di sofferenza quasi complementare. Un popolo palestinese dignitoso e paziente, ma senza libertà e un popolo israeliano forte e deciso, ma senza umanità.

Ma quando...quando...questa terra diventerà finalmente una “tomba vuota”, testimone cioè della propria resurrezione? Non lo so, ma so qual è la strada. Me l'hanno indicata tutti i volti incontrati in questi giorni che ci hanno chiesto di fare sempre e comunque una cosa. Pregare.

Pregare perché la nostra vita diventi ciò che Fr. Roger di Taizé chiamava un alternarsi di lotta e contemplazione, perché non c'è lotta giusta senza preghiera e non c'è preghiera efficace senza l'azione.

E a voi che leggete quest'ultimo report vi diciamo tutti: non abbiate paura, venite a “vivere” la Terra Santa. Non abbiate paura.

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