di Carlo Ruggiero, Collettiva, 28 gennaio 2026.
Fadwa Barghouti, moglie di Marwan che è da 24 anni nelle carceri israeliane: “È un prigioniero politico, ma è l’unico che può portare la pace in Medio Oriente”.
In occasione della Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese del 29 novembre scorso, è stata rilanciata la campagna internazionale per la liberazione di Marwan Barghouti, che si ispira esplicitamente alla mobilitazione mondiale che portò alla liberazione di Nelson Mandela in Sudafrica.
Barghouti è nelle carceri israeliane da 24 anni. Dopo il fallimento degli accordi di Oslo e l’inizio della seconda Intifada del 2000, ha guidato la resistenza armata come capo del Tanzim, il braccio armato di al-Fatah. Il 15 aprile 2002 Israele lo ha catturato e imputato di omicidio con finalità terroristiche. Durante il processo Barghouti ha rifiutato di riconoscere la legittimità del tribunale israeliano e di difendersi. Il 20 maggio 2004 è stato condannato a cinque ergastoli, accuse che ha sempre respinto dichiarando la propria innocenza.
Nei sondaggi d’opinione Barghouti è sempre risultato il politico palestinese più popolare. Secondo molti osservatori internazionali sarebbe oggi l’unica personalità in grado di unire il suo popolo e sedersi a un tavolo per ottenere una pace solida e duratura con Israele. Sua moglie Fadwa è un’avvocata e da oltre due decenni continua a chiedere senza sosta la sua liberazione.
Innanzitutto, come sta suo marito?
Marwan è in isolamento
da oltre due anni, cioè dall’inizio della guerra del 7 ottobre. Gli è
interdetta qualsiasi visita familiare e sono proibite anche le visite da
parte della Croce Rossa internazionale e degli avvocati, che non
riescono a incontrarlo se non ogni tre o quattro mesi. Ventiquattro anni
fa è stato il primo rappresentante eletto del popolo palestinese a
essere rapito. Marwan ha rifiutato di riconoscere la legittimità della
Corte israeliana e di dare fondatezza all’idea che i parlamentari
palestinesi non siano rappresentanti del popolo e possano essere
criminalizzati per questo. Negli ultimi due anni, poi, in quanto simbolo
della causa palestinese, è stato esposto a sette diverse aggressioni,
tanto violente da causare la frattura di diverse costole e di un piede.
Anche sul suo volto e sulla sua fronte sono visibili i segni delle
percosse. Tutte queste violenze sono avvenute durante il trasporto da un
luogo di detenzione all’altro, cioè da una cella di isolamento
all’altra, affinché non avvenissero all’interno delle carceri e quindi
fossero più facili da nascondere. Tutto questo su ordine diretto di Ben
Gvir, ministro per la Sicurezza interna dello stato sionista d’Israele.
Il 29 novembre, da Londra, avete rilanciato la campagna internazionale “Free Palestine, Free Marwan”. Quali sono i numeri e la situazione dei prigionieri politici palestinesi?
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