lunedì 31 agosto 2009

Pellegrinaggi di giustizia (terza parte)


(nel video: Donna palestinese e ambulanza fermate al check point)

Check point: controllo o umiliazione?

Da quando siamo arrivati in Terra Santa, la terra dove Gesù ha testimoniato con la sua vita la Buona Notizia di amore e libertà, paradossalmente, il muro ci ha accompagnato in ogni luogo. Da lontano, coronando le colline, come qualcosa di onnipresente ma intangibile, come una visione in un incubo, poi da vicino, purtroppo, toccandolo con le nostre mani nude a Qalqiliya, increduli di fronte alla sua altezza, lo abbiamo attraversato per spostarci non da uno stato all'altro, ma da una città all'altra.

Già, attraversato, noi sì che lo possiamo fare, perchè il passaporto italiano ci permette di andare ovunque, come cittadini del mondo, ma i palestinesi no, loro non possono, hanno bisogno di un permesso speciale, perchè essere palestinesi oggi equivale a “non essere liberi”.

Questo muro di divisione e di oppressione è intervallato da check points.
Check points....punti di controllo...ma è davvero questo il loro significato?
Lo può credere il turista che lo attraversa durante il giorno, quasi vuoto, con i militari israeliani che aprono ogni porta a chi viene dall'estero, gentili e sorridenti per far sembrare tutto come una normale prassi, come avviene al check-in all'aeroporto, all'insegna di una sicurezza per tutti.

Ma il dramma di tutto ciò, di quello che questo muro vuol dire, di quello che la sua costruzione ha causato e di quello che ogni giorno provoca nelle persone diventa evidente la mattina presto, fra le 4 e le 7, quando dai check points devono passare i lavoratori palestinesi che si recano nelle città israeliane per cercare di guadagnare abbastanza per sostenere le proprie famiglie, elemosinando lavoro dagli israeliani.

Lo vediamo coi nostri occhi, lo viviamo sulla nostra pelle...non ci potranno più essere informazioni manipolate o video passati velocemente in televisione che ci faranno credere altro.

Alle 4.30 arriviamo al check point fra Betlemme e Gerusalemme.

Ci sono già circa 1000 persone che aspettano perchè Betlemme, dopo la
costruzione del muro, ha subito un forte decremento del turismo e ora la disoccupazione è la più alta di tutta la West Bank, circa il 70%. Check point, punto di controllo… piuttosto lo chiamerei punto di ingiustizia e soprattutto di umiliazione.

Perchè è questo che avviene!

Qui non c'entra la posizione politica o l'ideologia. Si tratta del diritto dell'uomo ad essere trattato come tale...e qui tale diritto viene violato.

Lavoratori, uomini fra i 30 e i 60 anni, sono ammassati in due lunghi corridoi di larghezza di un metro, delimitati da sbarre verticali che ricordano quelle delle gabbie degli zoo, sdraiati per terra sui cartoni sui quali hanno dormito, seduti o in piedi.

Dormono, parlano, fumano… ma la cosa incredibile è che alcuni riescono a scherzare fra loro.
Già, perchè come mi racconta un uomo di 40 anni con 2 figli piccoli a casa,“noi siamo uomini e non capre e anche se ci trattano così noi cerchiamo di scherzare, se no moriamo”.

Ma perchè arrivano così presto?

La risposta è presto detta: ammassata con loro nella gabbia guardo l'orologio, sono le 5.30, e la piccola porticina nel muro che dovrebbe aprirsi alle 5 è ancora chiusa.

Sono migliaia di uomini, qualche donna, devono essere sul posto di lavoro alle 7, senza il muro ci impiegherebbero da casa un'ora al massimo, ma ora devono passare un cancello, un controllo del permesso, un tornello, un metal detector e un controllo del passaporto e… credete sia finita? No… anche il controllo delle impronte digitali! In Italia questo è il trattamento riservato ai delinquenti!

Ma forse tutto questo non è ancora la cosa peggiore. Per più di due ore tutte queste persone sono trattate in modo umiliante: il cancello non apre in orario? Perchè dare spiegazioni? Aspettate e basta! E senza lamentarvi, ovviamente, se no rischiate di non passare.

State passando dal tornello finalmente? Correndo e accalcandovi perché rischiate di arrivare in ritardo al lavoro? Ve lo blocchiamo improvvisamente… senza spiegazioni.. ovvio! Anche perchè le spiegazioni dovrebbero arrivare da dei ragazzini di 20 anni.

Già, ai check points ci sono i militari israeliani di leva, ragazzi e ragazze molto giovani, carnefici e vittime del muro.

Alcuni sono arroganti, trattano i palestinesi con disprezzo, come se fossero bestie, non rivolgendo loro la parola, parlandogli a gesti, non degnandoli neanche di uno sguardo, masticando pigramente chewing gum da dietro i vetri di separazione mentre osservano i permessi che con così tanta fatica loro si sono procurati o addirittura, le soldatesse, truccandosi in attesa di aprire i cancelli … tanto che fretta c'è?

Altri invece no.
Il muro è disumano anche per alcuni ragazzi israeliani. ”400 ragazzi di leva si sono suicidati nell'ultimo anno” ci raccontava giusto ieri sera il nostro amico palestinese Sami Basha. Quando finalmente questa via crucis dei lavoratori finisce e verso le 7 insieme a loro alcuni di noi riescono a passare tutti i controlli, crediamo sia finita. Ma non è così.

Credevamo di aver visto tutto il peggio, e invece tornando indietro verso Betlemme scopriamo che c'è ancora una lunga coda di chi aspetta di passare il check point verso Gerusalemme.

Un uomo ci racconta che questo gruppo si era diretto ad un altro check point, ma da lì non li hanno fatti passare e così sono dovuti correre qui.

Perchè? Non si sa, bisogna obbedire e basta ovviamente.



E allora, mentre il sole sta sorgendo su questa terra bellissima, nei nostri cuori restano emozioni contrastanti: una grande stima per la dignità che questi uomini hanno dimostrato per tutto il tempo, incredulità, tristezza, amarezza, forse qualche piccolo accenno di speranza.


Ma più fra tutte risuona una parola, incisa nei nostri cuori e sui volti dei palestinesi incontrati, semplice ma profondamente umana: perchè?


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