sabato 29 agosto 2009

Pellegrinaggi di giustizia (seconda parte)

Continuiamo la pubblicazione del reportage inviatoci dagli amici vicentini che hanno compiuto il viaggio in Palestina con Pax Christi.
3 agosto

“La pace non c'è perchè non la vogliono”. Con le parole pacate del patriarca emerito Michel Sabbah incomincia il nostro viaggio da Taybeh – l'Efraim del Vangelo – verso Ramallah.
Mentre aggiriamo le colline intorno a Gerusalemme, inseguiti dal muro e dai check-point è un canto ad accompagnarci, a interrogarci con le sue parole – “ci ha riportati liberi alla nostra terra” – speranza d'un popolo ancora nel mezzo del suo Esodo.
Esodo che assume volti, gusti, voci, vesti e musiche diverse.
Il gusto dell'acqua, di cui gli agronomi del PARC (Agricultural Development Association) ci raccontano la distribuzione in Terra Santa: 90% agli israeliani, 10% ai palestinesi.
La voce delle prigioni, di cui ci racconta l'avvocatessa Buthainah Dugmag del centro Mandela: si occupano di uomini e donne illegalmente detenuti (sono 9.600). Risponde alle nostre domande, molte volte puntuale – capiamo che la violazione del diritto è la norma – qualche volta prudente. Il suo lavoro nasce dalla sua storia personale: nel 1979, a Beirut, anche lei è stata in carcere, come molti dei suoi familiari: “In quegli anni, dice, “ho preso la mia decisione, che continua e continuerà fino a quando non ci saranno più prigionieri, e non ci saranno più prigionieri quando avremo la nostra terra”.
Le vesti cucite dalle donne del Centro pastorale melkita – dove ci guida Lina – che inventano stoffe e ricami, custodie rosse e blu per occhiali, telefonini, Bibbie.
Le note della scuola di musica “Al Kamandjati” (Il violinista), fondata da Ramsi, ragazzino che nell'87, a otto anni, scagliava pietre durante l'Intifadah, e ora, violinista affermato, strappa i ragazzi dai campi profughi e gli apre un futuro insegnando musica.
Ma l'Esodo ha soprattutto il volto e le parole del pastore, Abuna Manuel, che incontriamo a Bir Zeit, appena ritornato da Gaza, dove ha trascorso – ma bisognerebbe dire è stato imprigionato con il suo popolo – per 14 anni.
Gaza si materializza in mezzo a noi: nella fatica del pastore che deve predicare su carità, fede e speranza a chi non ha terra, né lavoro, né casa e neppure speranza.
Ci parla di Hamas; del viaggio del papa, della guerra dello scorso inverno. Delle case in polvere, della sua paura, dei bambini senza più gioia.
Ci fa ascoltare, dalla suoneria del suo telefonino, la preghiera che ha composto per Gaza e che un compositore ha messo in musica. E la musica resta dove le parole hanno fine, sale nel cielo di Bir Zeit dove la luna è già alta.
“Tu che sai strappare dalla morte / hai sollevato il nostro viso dalla polvere” cantavamo stamattina. E con questo canto il report si fa preghiera, e la preghiera Esodo verso una terra dove i sassi possono diventare violini, le pietre di rabbia note di pace, e il pianto di Gaza un canto di liberazione suonato da un telefonino.

4 agosto
Ci svegliamo presto. Giornata di sole profondo. Partiamo per la Galilea: colline, case, poche parole condite dal sonno. Galilea, verso Nord. Al check-point noi passiamo veloci; loro, ancora una volta, no... Deserto. Immagino Lui e ne cammino i passi. Oro nei campi bruciati dal sole. Palme, poi limoni e girasoli e da lontano il sogno del Giordano. Passiamo lungo il lago di Tiberiade: siamo in Israele.
Ci fermiamo dinanzi al kibbutz di Sasa e inconsapevolmente ripensiamo alla realtà palestinese, a quelle centinaia di migliaia di persone che hanno visto distruggere le loro case per far posto agli insediamenti dei coloni e ora vivono profughi nella loro terra.
Il viaggio è lungo in pullman per i nostri standard, ma questo ci permette di riposare e di chiacchierare poi gli uni con gli altri, raccontare le nostre impressioni, parlare delle nostre vite e delle nostre possibili vite.
Incontriamo a Bar-am vicino al confine con il Libano il prof. Geries Khury. Ci racconta del suo villaggio distrutto con la menzogna e la forza delle armi dall'esercito israeliano nel 1948, ci trasmette la forza della sconfitta, la voglia di restare, la perdita di fiducia, la resistenza non violenta, ci racconta del pianto della madre durato per più di quarant'anni, della voglia di vivere del suo popolo, del popolo palestinese che vuole tornare a casa, vivere nella propria casa e nella propria terra dove è nato e vissuto da secoli. Ogni anno la gente del villaggio organizza campi estivi nel villaggio distrutto, feste con giovani e anziani per non perderne la memoria, ora che è diventato un parco per fare i pic-nic. Cerca il dialogo che è liberazione se mente e cuore sono aperti nella e per la differenza dell'altro, ci dice. Ci lascia dopo aver pranzato nel suo villaggio consegnandoci questo monito: ”Noi palestinesi non cerchiamo gente pro Palestina o pro Israele ma pro Gesù, solo così si avrà realmente la Pace”.
Ci dirigiamo poi a Tabgha dove Gesù donò a Pietro il tempo per diventare immortale; c'è il lago di Tiberiade dove l'acqua e le scritture si incontrano, permettendoci di incontrarle noi stessi.
Alcuni si ascoltano dentro la chiesetta costruita su Quella Pietra, altri scelgono l'acqua, entrano e sognano ad occhi aperti. Non ce la facciamo a vedere Nazareth e Cafarnao. Vediamo qualcos'altro d'incredibile però che fa da specchio sulla luna quasi piena e la luce del tramonto il deserto della Giudea. Lì forse alcuni di noi hanno capito il perchè del proprio viaggio, in quel deserto deve averlo capito anche Gesù.
Siamo sulla via del ritorno per il secondo incontro con Abouna Raed, uomo e prete di grande coraggio e determinazione. Un uomo che non si ferma mai, questo è sicuro, produce, combina, scambia, raccoglie, semina, costruisce, che quasi la parabola del tempio sembra vera. “Tutto è possibile, niente è impossibile se c'è la fede, la provvidenza aiuta”, ci dice con un'energia che entra dentro di noi.
Molto non ricordo delle diecimila cose dette o fatte da Abouna Raed, ma a me ha dato speranza e forse anche un po' d'agitazione.
Ci mostra e ci spiega le parabole attraverso le mura del suo passato, ce le spiega con la capacità di un saltimbanco, sgattaiolando di qua e di là che è difficile stargli dietro. Lui è logico e convincente e per la prima volta vedo con i miei occhi dove può esser nato veramente Gesù, in un luogo simile, in un posto semplice della città di Betlemme. Ci parla della "quarta stanza", di quell'unica mezza stanza lasciata ai palestinesi della propria casa. Ci spiega saltellando come un grillo dalla sua poltrona che lui non vuole più sentir parlare di pace, ma di riconciliazione: il bisogno di trasformare il proprio nemico nel proprio amico! Gerusalemme è la chiave di tutto: tre nomi in tre religioni per due popoli aperta a tutti! A tutti noi capite? Per tutto il mondo, centro di tutto il mondo, finalmente libera.
Ci dà speranza ma anche ci racconta che la strada è quella dell'unità, del dire sì, del togliere quel muro ”di sicurezza” che troppo spesso anche noi vediamo e vendiamo in cambio della nostra dignità e della nostra verità. Molto altro ci ha raccontato con la voce e con tutto il suo corpo, ma vi lascio con una frase che lui ha citato nel nostro primo incontro a Taybeh: “la più grande avventura è la libertà della mente”, in ognuno di noi spero accada.
(continua)
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(nelle immagini: la fuga dai villaggi nel 1948 e il mare di Tiberiade)

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